Il 70% degli assistenti e dei capiclinica lavora troppo
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Orari massacranti
per i medici in corsia
PATRIZIA GUENZI


Se un medico vuole raggiungere il top deve dimenticarsi l’orologio a casa ed essere pronto a lavorare anche 80-90 ore a settimana. Lo ripetono spesso molti specialisti e chirurghi con i capelli grigi, che sulle spalle hanno ore e ore trascorse a visitare pazienti o in sala operatoria. Ma, si sa, erano altri tempi. Ancora non c’era la legge che vietava di superare le 50 ore settimanali anche per medici assistenti e capiclinica, introdotta nel 2005, e non più di sei giorni consecuivi di lavoro, sette in casi eccezionali. Eppure, qualcosa si sta muovendo. Anche tra i giovani spuntano dei consapevoli "fuorilegge", stacanovisti duri e puri. Come il futuro direttore dell’ortopedia alla clinica universitaria Balgrist di Zurigo, Mazda Farshad, 34 anni, una carriera fulminea per cui si è impegnato anche 80 ore a settimana. "Soltanto così si arriva", ha detto orgoglioso al Tages Anzeiger. E Sebastiano Martinoli, 24 anni trascorsi come primario di chirurgia al Civico di Lugano, rincara: "La specializzazione costa fatica, avere ambizioni professionali significa non contare le ore".
Il dibattito è aperto. Sugli orari di lavoro in corsia si discute da tempo. In prima fila l’Associazione medici assistenti e capiclinica (Asmac), che regolarmente documenta il superlavoro attraverso sondaggi tra i suoi membri. E per il 52% di loro gli orari non sono rispettati. In Ticino e nella Svizzera romanda la situazione sarebbe particolarmente critica, soprattutto in chirurgia. "È evidente che se sto operando un paziente e sono alla mia decima ora giornaliera non posso mollare l’intervento a metà, ci mancherebbe - osserva il dottor Simone Ghisla, membro di comitato dell’Asmac Ticino -. Tuttavia, se c’è una legge va rispettata. Forse serve più elasticità, si potrebbe mettere un tetto massimo di 200 ore mensili, da distribuire secondo le necessità. Tenendo conto che i recuperi sono molto importanti. Non si può lavorare per troppo tempo e per troppi giorni di seguito, senza alcun recupero". Se n’è reso conto anche l’Ente ospedaliero, che lo scorso anno ha firmato un nuovo contratto di lavoro, collettivo, con molti miglioramenti.
Stando però alla "vecchia guardia" soltanto l’esperienza permette, soprattutto ad un assistente chirurgo, di acquisire la pratica necessaria alla specializzazione. Più fa e più impara. E molti ex primari la pensano come il dottor Mazda Farshad, stacanovista convinto.  "All’epoca della mia formazione lavoravo anche più di 80 ore e la notte era il momento migliore per fare esperienza - osserva Martinoli -. Senza applicazione non arrivi da nessuna parte".
Ma l’Asmac insiste, lavorare troppo può mettere a rischio la salute dei medici ma soprattutto dei pazienti. Chi è esausto nel fisico o nella mente, diventa un potenziale pericolo per sé e per gli altri. E la situazione non sembra migliorare. Nel 2017 il 50% degli intervistati ha detto di avere personalmente assistito negli ultimi anni a situazioni in cui l’operatore sanitario sovraffaticato ha rischiato di mettere in pericolo la salute del paziente (era il 38% nel 2014). Uno studio di un paio di anni fa arrivava a conclusioni  allarmanti: lavorare più di 10 ore filate porta a una condizione fisica simile a chi ha lo 0,8 per mille di alcol nel sangue. Ma Martinoli scuote la testa: "Autorevoli studi scientifici smentiscono categoricamente questo assunto, semmai dopo aver lavorato 24/36 ore l’operatore sanitario si comporta in modo molto più prudente".

pguenzi@caffe.ch
28.05.2017


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