L'economista Amalia Mirante difende la Rsi
"A rischio ci sono
migliaia di impieghi"
LIBERO D'AGOSTINO


L’ appello per difendere la radiotelevisione pubblica, lanciato dall’associazione "Amici della Rsi" ha già superato le 1700 firme. "Il servizio pubblico radiotelevisivo è sotto attacco da tempo e ora c’è chi vuole eliminarlo del tutto. La Ssr, e con essa la Rsi, va invece difesa e sostenuta se si vogliono preservare la libertà d’opinione e un’informazione oggettiva nell’interesse di tutta la popolazione" afferma l’economista dell’Usi, Amalia Mirante.
Mirante è tra i promotori della nuova associazione che vuole contrastare la minaccia dell’iniziativa popolare "No Billag" per l’abolizione del canone radio-tv che, di fatto, potrebbe significare anche la fine della Rsi. Secondo Mirante è fondamentale tutelare l’indipendenza e la qualità dell’informazione pubblica in un panorama editoriale che in Svizzera, con la morte di testate prestigiose, come il settimanale L’Hebdo, e la concentrazione di altre, sta conoscendo radicali cambiamenti dettati da una logica di mercato dominata dal principio del chi paga comanda. "Proprio questo dimostra la necessità di difendere un’informazione libera - dice -. Libera di vendere senza doversi vendere".
Abolendo il canone per la Rsi suonerebbero le campane a morto. "A rischio ci sono 1200 posti di lavoro - avverte Mirante- più un altro migliaio d’impieghi nell’indotto, con i relativi redditi e gettito fiscale. Persone che hanno casa qui, che vivono e consumano qui. Non dimentichiamo che la Rsi è uno dei più grandi datori di lavoro del cantone ed è pure un incubatore di professionalità". All’obiezione di chi sostiene che se la Rsi è davvero un’azienda efficiente e professionale, sarà capace di stare sul mercato anche senza i soldi del canone, l’economista replica decisa: "Impossibile in un mercato di appena 350mila persone come quello ticinese, non in grado, perciò, di assicurare risorse alternative a quelle che arrivano ora da Berna. Senza gli introiti attuali la Rsi non potrebbe assolvere alla sua missione istituzionale, ossia essere lo specchio del nostro Paese e della realtà culturale della Svizzera italiana, garantendo anche un’informazione di prossimità che nessun servizio privato assicurerebbe. Senza la Rsi il suo spazio sarebbe inevitabilmente occupato dalle emittenti estere che già oggi rappresentano una temibile concorrenza". E c’è, poi, la grande questione della coesione nazionale, dell’unità nella diversità di un Paese con quattro lingue e quattro culture diverse, in cui ad ogni realtà regionale si assicura, anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo, pari dignità e visibilità.
"Oggi ci si lamenta tanto che lingua italiana venga progressivamente eliminata dai programmi scolastici degli altri cantoni - ricorda Mirante - e, allora, domandiamoci che cosa resterebbe della nostra italianità nel panorama culturale nazionale senza la Rsi". Le oltre 1700 firme raccolte in pochi giorni da un’associazione, nata al di fuori dai partiti e dalla Rsi, sono per Mirante la chiara dimostrazione dell’attacamento dei ticinesi alla radio-tv pubblica: "Sinora hanno firmato soprattutto cittadini comuni, ben consapevoli della reale posta in gioco".
l.d.a.
11.06.2017


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