Avvocati, giudici e criminologi dopo il delitto di Ascona
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"Serve una legge
contro lo stalking"
MAURO SPIGNESI


Non funziona, così non funziona". Avvocati, giudici e il massimo esperto di violenza in famiglia a livello nazionale, il criminologo Martin Killias, non hanno dubbi: la legge va cambiata. Perché non è servita a salvare la vita della donna macedone di 38 anni uccisa dal marito dieci giorni fa ad Ascona a colpi di pistola in un autosilo. L’uomo era diffidato, per ordine del giudice non poteva avvicinarsi a lei. Eppure, nonostante l’ingiunzione, lo ha fatto. Così la figlia della vittima in una intervista alla Rsi ha auspicato "che la norma possa cambiare. Non voglio che qualcuno perda i propri cari perché nessuno è stato capace di proteggere chi è vittima di minacce".
Il caso di Ascona secondo il criminologo Martin Killias, autore di studi scientifici proprio sulla violenza domestica, dimostra che "evidentemente le misure di protezione della potenziale vittima non sono state sufficienti.  Se però osserviamo il problema in prospettiva, ci si rende conto che è molto difficile prevedere la potenziale pericolosità di ogni singolo caso". Anche scegliendo di assicurare una protezione massima, si andrebbe incontro ad esiti disastrosi, ad esempio le carcerazioni sistematiche. "Trovare una soluzione a questo reato - spiega Killias - è un esercizio complesso, ma è essenziale basarsi sull’esperienza, quindi avere conoscenza precisa dei precedenti per poter analizzare la casistica".
Nel 2016, la polizia è intervenuta 829 volte per violenza domestica. In 70 occasioni, l’autore della violenza si è allontanato volontariamente, mentre per 64 casi è stato necessario un "allontanamento ordinato". Questa procedura, ha spiegato la Polizia cantonale, è stata introdotta nel 2008 e permette all’agente di imporre alla persona violenta il divieto di avvicinarsi all’abitazione o avere contatti con la vittima per 10 giorni. Scaduto il termine, spetta al pretore decidere se prolungare i termini del divieto. In questo periodo di tempo, la persona violenta può avvicinarsi al domicilio della vittima solo se accompagnato dalla polizia, pena una denuncia.
"Il problema di fondo - spiega Gianluca Padlina, vice presidente dell’Ordine degli avvocati del Ticino - è che nel nostro codice non esiste il reato specifico di stalking. Detto questo nei casi di violenza e minacce, in particolare tra le mura domestiche, è molto difficile dimostrare l’atteggiamento persecutorio per ottenere misure di protezione. Misure che risultano spesso deboli, dato che chi non le rispetta viola una decisione dell’autorità. Bisognerebbe correggere il tiro e prevedere sanzioni decisamente più dure". Attualmente chi disobbedisce a una decisione del pretore riceve solo una multa.  
Eppure di stalking si muore. Anche se non è reato. Si può importunare, perseguitare, molestare una persona, quasi sempre l’ex coniuge o compagna, e farla franca, come fa notare Padlina e come afferma anche il pretore Siro Quadri: "Di per sé lo stalking non è punito espressamente dal nostro ordinamento. A meno che non si dimostri l’abuso di telefonate, ingiurie, diffamazione, calunnia minacce. Reati paralleli, previsti dal codice penale". Quadri, pretore in Vallemaggia, proprio la settimana scorsa ha firmato un "ordine prescrittivo" che impone  a un uomo di non avvicinarsi a una donna, la vittima, entro un raggio di 50 metri. Oggi lo stalking può essere bloccato solo  con una decisione, in sede civile, da parte del pretore. Ma è un intervento minimo. "Si può - aggiunge Quadri - imporre il divieto di avvicinamento, di contatto in base agli articoli del codice civile che proteggono la personalità". Il problema è che queste decisione sono facilmente aggirabili. "Mi rendo benissimo conto che le mie ordinanze non sempre sono osservate - conclude Quadri  - e comprendo la pena delle vittime che devono denunciare di nuovo chi le perseguita, dimostrare di essere state molestate, incontrare il proprio aguzzino".
Le  misure giudiziarie, come le interdizioni, hanno valore solo per chi ha la cultura del rispetto della giustizia. "Nella  stragrande maggioranza dei casi non hanno effetto ", osserva Daniel Jörg, avvocato matrimonialista, che è stato a sua volta vittima di stalking. Perseguitato da una cliente che continua a inviargli lettere, email e a telefonargli. "Sono riuscito - racconta Jörg - a farla arrestarla per tre giorni. Ma mi perseguita da 25 anni. Un caso clinico". Per i casi più complicati, di fronte anche al rischio di violenza, l’Associazione consultorio e casa delle donne, di cui Jörg è presidente, ha messo a  disposizione un alloggio protetto. "Aiutiamo le donne a nascondersi, ad evitare il periodo più difficile della loro esistenza. Lo stalker rende la vita impossibile  – conclude Jörg - . Una situazione che nei casi di divorzio si può risolvere dopo qualche tempo. Quando uno si mette il cuore in pace. O quando si sposta il problema litigando sui soldi o sui figli".

m.s./c.m./m.sp.
02.07.2017