Impennata di revoche dei permessi per gli stranieri
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"Troppe espulsioni
sgretolano le famiglie"
MAURO SPIGNESI


Sino a quattro anni fa il servizio giuridico di Sos Ticino inoltrava circa una ventina di ricorsi in prima istanza al Consiglio di Stato contro provvedimenti di allontanamento, con revoca di permessi, di stranieri. Nel 2016 invece le opposizioni sono diventate 53 e l’anno scorso si è arrivati a una media di uno o più alla settimana. "La legge ormai viene applicata in maniera molto restrittiva, senza andare al di là per vedere i casi specifici", spiega Mario Amato, giurista di Sos Ticino. Quella di Amato è una impressione comune a molti avvocati ai quali si sono rivolti parecchi stranieri che hanno ricevuto una lettera dove gli si diceva che dovevano lasciare la Svizzera. "Certe decisioni sono palesemente contrarie ai trattati internazionali sottoscritti dalla Confederazione, perché vanno a dividere, a sgretolare famiglie, negando il valore della solidarietà che invece è presente nella nostra Costituzione", spiega Gaby Viveros, giurista che a lungo si è occupata di questi casi.
Casi che riguardano stranieri con permessi B e C, ma anche richiedenti l’asilo allontanati con decisioni giunte da Berna. E l’ultimo, diventato ormai un simbolo, è quello della famiglia curdo - siriana Gemmo, fuggita dalla guerra e giunta in Ticino dopo un lungo viaggio tra Turchia, Italia e Germania. Per Berna due dei cinque figli  dei Gemmo devono tornare in Grecia, dove è avvenuta la prima registrazione. Stavolta per evitare la lacerazione del nucleo familiare, dopo una raccolta di firme degli studenti del Liceo Lugano 1, il governo ha scritto alla Segreteria di Stato della migrazione, sottolineando la necessità di mantenere uniti i fratelli e i genitori. Indicazione sottoscritta anche dalla Commissione della petizioni. "Al Cantone - spiega ancora Gaby Viveros - resta sempre un margine di potere discrezionale nelle decisioni di allontanamento, ma non sempre lo esercita. Anzi, spesso si limita ad applicare la legge punto e basta, senza entrare nel merito".
Così succede che un marito o una moglie, stranieri ma perfettamente integrati, debbano andar via dalla Svizzera, pur avendo un coniuge e figli elvetici. "In questi anni è accaduto diverse volte - spiega l’avvocato Immacolata Iglio Rezzonico che si è occupata di diversi casi - soprattutto per persone che sono cadute in assistenza".
La legge, d’altronde, parla chiaro: chi grava in maniera durevole, per circa 24 mesi, sullo stato sociale, in maniera continua e considerevole, può essere mandato via dalla Svizzera. Sia che sia coniugato con una persona con passaporto rossocrociato, sia che abbia figli perfettamente integrati, che frequentano le scuole elvetiche. E questa è una delle motivazioni più frequenti che accompagnano i provvedimenti sia cantonali, su revoche e "bocciature" di permessi B e C, che federali, per quanto riguarda le persone in attesa d’asilo o di uno statuto per restare nella Confederazione. "Poi è chiaro, bisogna vedere caso per caso, perché ognuno è differente, non si può generalizzare", spiega l’avvocato Yasar Ravi. "Certo, le istituzioni che decidono - spiega ancora il legale che si è occupato di presentare diversi ricorsi per suoi clienti stranieri - devono anche rispettare la normativa e dunque non sempre hanno margini di manovra. Ad esempio chi deve scontare una pena anche sospesa di un certo peso viene allontanato quasi automaticamente. Diverso il caso che sto trattando con una opposizione e che vede protagonista uno straniero al quale è stato revocato il permesso per debiti privati. Mi pare una motivazione francamente insussistente, visto che non è carico dello Stato, né ha riportato condanne penali".
Il numero di nuovi provvedimenti è anche un effetto della costituzione, nel 2014, di un settore giuridico in seno all’Ufficio migrazioni che esamina le segnalazioni delle autorità cantonali e comunali, molte delle quali riguardano persone che percepiscono aiuti pubblici. E dopo un primo ammonimento si procede con la revoca. "A quel punto - spiega l’avvocato Immacolata Iglio Rezzonico - c’è solo la strada del ricorso. In ultima istanza al Tribunale amministrativo federale a San Gallo, che spesso concede la sospensiva e dunque congela la decisione dell’autorità in attesa di entrare nel merito. Una volta arrivata la decisione ci sono trenta giorni per presentare una domanda di riesame, ma generalmente viene respinta". E non resta che fare le valigie.
"La tendenza è quella di far prevalere la legge più che l’aspetto umano - spiega Gaby Viveros - senza contare gli effetti devastanti che questa misura ha nella vita di una persona".

m.sp.
14.01.2018


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