Privacy a rischio con i nuovi sistemi di sicurezza urbani
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Viviamo circondati
da 8mila videocamere
MAURO SPIGNESI


È una enorme ragnatela, una fitta foresta di occhi elettronici che ci seguono ovunque sul filo del rasoio del rispetto della privacy. Dalle strade ai parcheggi, dagli ingressi dei negozi ai parchi, sino alle discoteche e alle scuole. In Ticino, facendo un calcolo approssimativo, ci sono complessivamente circa ottomila telecamere puntate su luoghi pubblici. Un numero indicativo, ma ritenuto "non lontano dalla realtà" dai diversi esperti che si occupano di videosorveglianza. Soltanto 94 Comuni ne possiedono, con diverse tecnologie e di diverse generazioni (alcune molto vecchie), attorno a 2.500. Le circa 3.000 aziende medio-grandi ne hanno almeno una, se non di più. Poi ci sono quelle piazzate fuori dalle circa 80 gioiellerie e nella cinquantina di grandi magazzini, oltre quelle distribuite lungo le strade cantonali e comunali e nella rete autostradale nel tratto ticinese, che sono centinaia. E ancora, quelle nelle stazioni e nei treni. Da qui si arriva dunque alla forbice che oscilla appunto fra sette-ottomila telecamere, senza contare quelle dei privati, piazzate in garage o nei giardini.
D’altronde, che la videosorveglianza sia in forte crescita lo dimostra il fatto che i Comuni di Lugano, Chiasso, Bellinzona e Mendrisio proprio recentemente hanno annunciato di voler ampliare o rendere più moderna la propria rete. Anche  Locarno ha un progetto. "Attualmente abbiamo una cinquantina di videocamere - spiega Niccolò Salvioni, capo Discastero sicurezza - e puntiamo a raddoppiarle con modelli più moderni. La spesa sarà determinata dalle offerte che arriveranno". Lugano, che ha già oltre 200 telecamere attive, ne sta acquistando altre nell’ambito di un progetto sulla sicurezza da quasi 5 milioni di franchi. Mendrisio è pronto a spendere un milione e 300 mila franchi per un impianto di 14 video all’avanguardia, mentre Chiasso sta aggiornando il suo sistema per "diverse centinaia di migliaia di franchi". Anche Bellinzona sta mettendo a punto un suo sistema con "occhi elettronici" nel centro città. E proprio qui si è riaperto, attraverso una polemica interpellanza di Tuto Rossi (Udc), il problema della privacy. Su chi cioè può trattare i dati sensibili contenuti nelle immagini, per quanto tempo e con quali garanzie per il cittadino. Un problema che il Cantone si è posto spesso in questi anni tanto è vero (vedi articolo a lato) che è stato preparato un testo guida per Comuni e enti pubblici.
Il problema dei dati è reale. Perché la telecamera da sola serve davvero a poco. "È invece importante - dice Stefano Doninelli di Dos Group che con la Supsi sta sviluppando un software capace di analizzare sin nei dettagli i filmati - la tecnologia che sta alla base dell’impianto. Perché da lì si parte per rivelare irregolarità e individuare chi le ha commesse, elaborando precisi algoritmi che consentono di selezionare dalla mole di dati immagazzinati quelli davvero utili". Ma per far questo occorrono apparecchiature adeguate e moderne. "Un sistema di videocamere - avverte Stefano Piazza dell’azienda Eyeswiss che ha fornito impianti a molti Comuni - ha un suo ciclo di vita, si deteriora come tutti gli apparecchi tecnologici e dunque periodicamente va adattato e quando serve cambiato".
Ed è un po’ quello che stanno facendo diverse città in Ticino. Dalle piccole, con due, tre telecamere puntate su scuole centri storici e impianti di raccolta rifiuti, sino alle grandi dove la rete di video è estesa quasi in ogni angolo del tessuto urbano.

mspignesi@caffe.ch
15.04.2018


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