Radiografia del pericolo fondamentalista in Svizzera
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La "bolla integralista"
cresce nelle carceri
GUIDO OLIMPIO


C’è un doppio fronte che preoccupa le polizie europee. Il primo è rappresentato dal rischio dei veterani dello Stato Islamico, coloro che potrebbero rientrare in patria in seguito alla perdita delle basi in Siria e in Iraq. Il secondo è l’attività di proselitismo svolto da movimenti o associazioni non legate al Califfato, ma vicine a ideologie comunque islamiste. E, negli ultimi mesi, questo tipo di azione ha trovato spinte anche da personaggi religiosi vicini alla Turchia di Erdogan. La recente stretta decisa dal governo austriaco con la chiusura di sette moschee e l’espulsione di alcuni imam ha rappresentato uno squillo di tromba. Per alcuni un allarme vero sui rischi di infiltrazione e propaganda in aree meno esposte.
Torniamo al tema dei volontari dell’Isis. Anche la Svizzera, sia pure in forma minore, ha "offerto" la sua quota. Secondo le autorità sono circa un centinaio, attorno a loro un reticolo di amici e parenti che potrebbe allargare la "bolla integralista" - pericolosa - ad un migliaio di persone. Un paio - secondo un recente rapporto dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) - hanno avuto contatti anche con l’Italia che da sempre è punto di passaggio ed ha "prodotto" circa 130 elementi. Sono però numeri ben lontani dalle realtà francese e belga, dove giovani di seconda e terza generazione forniscono materiale a non finire per i reclutatori.
Gli analisti che seguono gli sviluppi nella Confederazione, ripetendo segnalazioni emerse nel resto del continente, avvertono che l’ambiente svizzero sta mutando. Esiste un pericolo, comune ad altri Paesi, di un reclutamento nelle prigioni. Bastano un paio di estremisti: l’esperienza insegna che possono portare dalla loro parte piccoli criminali comuni. Li convinceranno a "pentirsi" delle loro colpe - in certi casi non gli chiederanno neppure questo - e poi proveranno a usare la loro esperienza nel crimine per aiutare la causa jihadista. Tecnica che purtroppo funziona.
Lo scenario elvetico, così come italiano o spagnolo, potrebbe materializzarsi nella saldatura tra chi non è partito per il Medio Oriente e chi, invece, è tornato a casa. Sempre gli specialisti sottolineano che dalla Confederazione non ci sono state più partenze massicce, anzi il livello si è ridotto quasi allo zero. E se questo è un aspetto positivo, dall’altro potrebbe rappresentare un problema: la testa calda non ha un luogo dove andare a combattere, quindi ripiega sul "teatro vicino", ossia la sua città. Magari dopo aver incontrato un mujahed che è rientrato con il suo bagaglio di esperienza e odio. Oppure aprendo un contatto virtuale attraverso il web, con un ispiratore remoto. Senza poi dimenticare l’impatto delle famiglie. Non pochi guerriglieri islamisti hanno al seguito mogli e figli, alcuni minori, esposti a nefandezze d’ogni tipo e magari persino coinvolti in fatti sanguinosi.
I governi europei non sanno bene cosa fare con i congiunti di un uomo che ha ucciso, decapitato, violentato. Esistono problemi legali ed etici, questioni pratiche e umane. Possiamo far finta di nulla, magari speriamo che siano altri - come i curdi - a occuparsi di questi nuclei. Ma è solo un modo per rinviare la questione: prima o poi si dovrà pensare come cercare di recuperare dei bambini trascinati loro malgrado in un viaggio di guerra. Non è buonismo, ma una necessità per impedire che altri li possano manipolare.
È un tema che ci porta a quello della predicazione dei cattivi maestri. Il parlamentare Boris Bignasca ha presentato l’altro giorno un’interrogazione al Consiglio di Stato per sapere se la minaccia denunciata dall’Austria possa avere dei riflessi anche in Svizzera, dove peraltro operano organizzazioni turche non proprio moderate e che hanno lanciato iniziative dove il sentimento anti-occidentale è abbastanza evidente. Si tratta, se vogliamo, del proseguimento di un lungo cammino che ha portato "istituti" musulmani ad investire da Vienna al Canton Ticino già dalla fine degli anni ’90. Oggi il focus è sulla componente che ha nella Turchia un suo riferimento ideologico e politico. Da qui l’interesse di capire che tipo di legame esista con Ankara - finanziario, intellettuale - e il livello di diffusione nella Confederazione visto che gli episodi non mancano.
L’esigenza di sicurezza deve però sempre mantenere una doppia linea: fermezza e saggezza nella risposta. Le generalizzazioni non aiutano, così come sarebbe controproducente alzare toni e livello del confronto. Il muro contro muro è un regalo agli estremisti.
17.06.2018


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