Le reazioni dopo la promozione del poliziotto condannato
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'Banalizzare il razzismo
può essere pericoloso'
ANDREA BERTAGNI/MAURO SPIGNESI/ANDREA STERN


Non c’è solo il poliziotto che su Facebook inneggia al nazismo e ciononostante, due anni dopo, viene promosso al grado di sergente maggiore. C’è anche il ragazzino che su un campo di calcio del Luganese insulta il compagno di origini africane e viene giustificato dalla mamma. Ci sono i tifosi, adulti, che dagli spalti offendono un giocatore di colore del Semine. O c’è, ancora, la municipale che, sempre su Facebook, esprime apprezzamento per messaggi del tipo "Il gas sistema molte cose". No, il razzismo non è scomparso.
"Piuttosto assistiamo a una pericolosa banalizzazione - sostiene Marzio Conti, presidente dell’associazione SportForPeace e docente di storia ed etica dello sport alla Scuola professionale per sportivi d’élite di Tenero -. È vero che da un lato le istituzioni si impegnano per contrastare le derive razziste, ma dall’altro si sentono affermazioni che fino a 20 anni fa erano impensabili. Non penso che sia colpa dei social media, ma vedere persone che esultano per gli annegamenti di migranti, ad esempio, dovrebbe farci riflettere".
Esempio lampante di questa banalizzazione, prosegue Conti, è la promozione dell’agente condannato per discriminazione razziale. "Non conosco la persona, quindi non posso giudicarla - afferma -. Magari è davvero un ottimo agente. Ma il problema è il messaggio che le autorità danno alla popolazione. Il rischio è che si dica che in fondo i suoi messaggi di sostegno al nazismo non erano poi così gravi. Che si può scrivere qualsiasi cosa su Facebook ed essere comunque premiati".
Sulla stessa linea di pensiero è Usman Baig, economista, responsabile ticinese dell’associazione Living education, che promuove i diritti dell’uomo e il rispetto della donna. "Il caso del poliziotto è emblematico - dice Baig -, perché se le istituzioni non lanciano un segnale deciso, di discontinuità, i sentimenti razzisti che emergono periodicamente rischiano di essere banalizzati. E a quel punto il problema diventerà strutturale e non più episodico". Per Baig, che è uno dei coordinatori cantonali dei Verdi, "il rispetto e il valore delle differenze vanno coltivati nelle scuole e su questo politici e associazioni possono, e devono, fare molto".
Anche lo sport, aggiunge Conti, può fare molto. "Le attività di squadra hanno soprattutto una funzione positiva - sottolinea -. In ogni compagine giovanile ci sono giocatori di origine straniera. Lo sport contribuisce a facilitare la loro integrazione. E nei rari casi in cui si assiste a insulti razzisti, questi vengono puniti con sanzioni pesanti".
E le comunità straniere cosa ne pensano? "Io da un anno non giro più di notte - dice al Caffé Awet Nugus, rappresentante della comunità eritrea in Ticino -. Ho subito un’aggressione all’esterno di una discoteca e ora ho paura". Secondo Nugus, l’intolleranza nei confronti degli stranieri è in crescita. "Quando sono arrivato in Ticino,  dieci anni fa, la situazione era tranquilla - afferma -. Mi sentivo accolto bene. Oggi invece mi capita spesso di essere trattato male. Soprattutto da parte dei giovani, gli anziani sono più gentili".
Sono quindi le nuove generazioni a essere più razziste? "Non saprei - afferma Elio Bollag, rappresentante della comunità ebraica di Lugano -. Ma dal mio punto di vista non c’è una rinascita di odio nei confronti degli stranieri. Non vedo segnali di razzismo o antisemitismo in Ticino". Secondo Bollag resta tuttavia la necessità che le autorità continuino a vigilare. E a dare il buon esempio. "La promozione dell’agente non rappresenta sicuramente un bel messaggio verso il resto della Svizzera - sostiene -. Chi serve l’ordine pubblico deve essere al di sopra delle parti. L’agente in questione ha espiato la pena, ma dovrebbe almeno dimostrare di aver cambiato opinione".
In questo senso una proposta a fini chiarificatori giunge dall’arciprete di Chiasso, don Gianfranco Feliciani. "Dovrebbe forse rilasciare una dichiarazione pubblica - sostiene il parroco -. Poiché uno sbaglio può commetterlo chiunque. Ma poi, prima di una promozione, uno deve convincere la collettività che ha capito il suo sbaglio e si è ricreduto". Allargando il discorso, don Feliciani sottolinea che "a volte sul tema dell’immigrazione abbiamo la tendenza a chiuderci a riccio, dimenticando che siamo tutti sulla stessa barca. A livello economico, finanziario e anche migratorio. Nessuno può dirsi neutrale sul fronte dell’indifferenza".

an.b./m.sp./a.s.
19.08.2018


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