Inchiesta del Caffè dopo gli ultimi avvenimenti in Ticino
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Oltre tremila profughi
nel 2018 sono spariti
PATRIZIA GUENZI E ANDREA STERN


Sono 4.014 in Svizzera i richiedenti l’asilo che attendono di essere rimpatriati o rinviati in un altro Paese europeo. Di questi, 55 si trovano in Ticino, tra cui la donna e i suoi due figli - di nazionalità azera e non eritrea come erroneamente scritto - che nella notte tra l’11 e il 12 settembre scorsi tre agenti hanno prelevato dalla pensione La Santa di Viganello. Dovevano essere trasportati a Zurigo e da lì imbarcati su un volo verso l’Italia. La famiglia, dopo il fallito tentativo di rinvio e il conseguente ritorno in Ticino, sarebbe ora sparita. Irreperibile, così come lo sono altri quasi 3mila richiedenti l’asilo, dopo il no di Berna alle loro domande.  
E come la mamma azera, che ha probabilmente pensato di riuscire ad evitare il rimpatrio allontanandosi, nei primi sei mesi di quest’anno l’hanno pensato altri 2.881 richiedenti l’asilo. Persone che, come scrive la Segreteria di Stato della migrazione (Sem), "hanno lasciato la Svizzera senza annunciare la loro partenza alle autorità o sono di ignota dimora". 2.533, invece, i profughi che nei primi sei mesi del 2018 sono stati accompagnati all’estero, 1.607 verso la loro patria, 926 in uno Stato terzo. Cifre (della Sem) in leggero calo rispetto allo scorso anno, quando gli stranieri resisi irreperibili sono stati 6.689, quelli accompagnati all’estero 5.614. Ma solo per 287 di questi è stato necessario il "rimpatrio forzato". Con la forza, quindi, l’ammanettamento del richiedente l’asilo se non accetta di salire sull’aereo.
E di rimpatri forzati si è parlato recentemente in Ticino per due casi, anche se in realtà, malgrado la denuncia di alcune associazioni umanitarie, non possono essere realmente definiti tali. Il primo rimpatrio, ha coinvolto una donna eritrea prelevata al Centro di Cadro e rinviata a Brindisi, con due bambini, di cui uno epilettico e sulla sedia a rotelle. L’altro, avvenuto pochi giorni dopo, ha coinvolto una donna azera e i suoi due bambini, di 4 e 8 anni, che alloggiavano nella pensione La Santa di Viganello. Come detto, un gruppo di cittadini dopo quest’ultimo caso ha accusato le forze dell’ordine di "aver fatto irruzione nella pensione e trasportato la donna e i bambini con la forza all’aeroporto di Zurigo per dare seguito a una decisione squinternata di espulsione verso l’Italia", e la polizia di "aver costretto la madre in lacrime e i due bambini che vomitavano a salire su un aereo".
Tuttavia, le immagini della videosorveglianza interna alla pensione non mostrano alcuna violenza. Come raccontato nella scorsa edizione dal Caffè, tutto s’è svolto nella calma più assoluta. I filmati sono due, una quindicina di minuti in tutto. Si vedono tre poliziotti in borghese, due uomini e una donna, che bussano alla porta della camera della signora azera. Lei apre, è in pigiama, sono circa le 2 e trenta del mattino, scambia qualche parola con gli agenti che le danno un foglio. Dopo averlo letto, va a preparare i bagagli. I bambini sono lì accanto a lei, tranquilli. Nessuno piange né strilla. Mamma e figli scendono le scale e seguono gli agenti. Uno dei due bambini torna veloce indietro, ha dimenticato qualche cosa in camera, e poi lo si vede che ridiscende le scale con un sacchetto tra le braccia. Ultima a lasciare l’albergo è la poliziotta che tiene in mano una piccola busta. Dentro, probabilmente, dei cornetti per la famiglia. Il viaggio sino all’aeroporto di Zurigo è piuttosto lungo, almeno un paio di ore. Il volo è previsto poco dopo le 7 del mattino.
Volo che in realtà non partirà con a bordo la famiglia azera. Cosa sia successo durante il tragitto o sull’aereo non si sa. Per una qualche ragione la donna ha ritenuto di opporsi al rimpatrio. Poi, racconta ancora il gruppo di cittadini, "all’alba l’equipaggio li ha fatti scendere" e "ha lasciato la donna sola con i bimbi dicendole di arrangiarsi ad arrivare in Ticino". Aggiungono che "un agente della polizia aeroportuale ha mostrato alla madre e ai suoi due bambini una foto di una persona con mani e gambe legate e occhi bendati gridando: la prossima volta vi metteremo sull’aereo così".
E chissà se ci sarà una prossima volta. La mamma e i due bambini, rientrati a Viganello si sarebbero allontanati poche ore dopo. Certo è che molto probabilmente se la donna dovesse tornare in Azerbaigian rischierebbe la vita. Lei e il marito sono due giornalisti, molto critici nei confronti del regime del presidente Ilham Aliyev. Nel rapporto 2015/16 di Amnesty International viene infatti citato l’arresto della donna, rea, scrivono, di collaborare con una televisione non asservita al potere. Un atto grave in un Paese che figura al 163esimo posto (su 180) nella classifica mondiale della libertà di stampa.
Torna così in mente il caso di Emin Huseynov, anch’egli giornalista e attivista azero, che nel 2014 si rifugiò nell’ambasciata svizzera a Baku per sfuggire da Aliyev. Dieci mesi dopo, in occasione di una visita ufficiale, l’allora ministro degli esteri svizzero Didier Burkhalter lo nascose sul proprio aereo e lo portò con sè a Berna. Oggi Huseynov vive in Svizzera, dove ha ottenuto l’asilo politico. Al contrario  della sua connazionale e collega, la mamma prelevata a Viganello. Vien da dire, due pesi e due misure.

p.g./a.s.
30.09.2018


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