Studio Helsana fotografa le abitudini degli assicurati
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Meglio 11 specialisti
che il medico di base
PATRIZIA GUENZI


Undici specialisti per me possono bastare. Sfogliando il recente Rapporto Helsana sull’evoluzione delle quantità nell’assicurazione di base (che ha utilizzato i dati dell’Ufficio federale della sanità, di statistica e di oltre 1,2 milioni di suoi assicurati) vien da canticchiare la notissima canzone di Lucio Battisti "Dieci ragazze per me". Dal 2012 al 2017 il numero di assicurati che hanno ricevuto trattamenti da più di 11 differenti fornitori di prestazioni è aumentato di quasi il 50%. Per lo più specialisti. Il che significa più analisi, test di laboratorio ed esami immaginografici.
La ragione, spiega lo studio, sembra stare nel numero crescente di fornitori di prestazioni, in un’offerta sempre più vasta, nella difficoltà a padroneggiare conoscenze mediche sempre più complicate, nel numero di tecnologie disponibili per cui i pazienti chiedono sempre di più, nella difficoltà di un coordinamento e nella sempre maggiore frammentazione dell’intero sistema sanitario. Lo conferma il dottor Graziano Ruggieri, primario della clinica Hildebrand di Brissago: "La medicina è un po’ vittima di se stessa. Iper specializzata, settorializzata, ha favorito il moltiplicarsi di esperti".
C’è poi un’altra ragione, forse la principale. Da tempo la copertura da parte dei medici di base è in diminuzione, inoltre sono oberati di lavoro; per contro diventano più accessibili gli ambulatori ospedalieri dove è più facile avere un appuntamento con uno specialista. "La super specializzazione di cui parlavo prima - riprende Ruggieri - ha delegittimato il medico di famiglia. Purtroppo in questo modo non riesce più ad accumulare sufficiente esperienza. Mentre una volta era la figura cardine nella cura del paziente".  
Pazienti che anche in futuro saranno trattati con frequenza e intensità sempre maggiori e da un numero crescente di diversi fornitori di prestazioni. Il che renderà sempre più complesso il percorso di cura. E costoso l’intero sistema sanitario elvetico, che ha ormai raggiunto gli 83 miliardi di franchi l’anno, oltre 800 franchi pro capite al mese. Eppure, le attività di managed care dovrebbero aiutare a concentrare le cure e favorire il risparmio. Tuttavia, malgrado in Svizzera già oltre due terzi dei cittadini abbia scelto modelli alternativi di assicurazione, la sfida è ben lungi dall’essere vinta. Non solo. In particolar modo quei modelli assicurativi che mettono al centro il medico di famiglia paiono aver raggiunto i loro limiti. Come detto, i medici di base hanno sempre meno tempo a disposizione e i pazienti si rivolgono quindi più volentieri ad uno specialista o direttamente in ospedale. È un loro diritto, qualsiasi cittadino deve ricevere le cure necessarie al momento giusto, nel luogo giusto e nella misura giusta. A questo riguardo, osserva lo studio di Helsana, occorre porsi qualche domanda sullo sviluppo delle relative capacità, i progressi delle conoscenze necessarie o anche il finanziamento. In altre parole, sarebbe bene ripensare a fondo le attuali assegnazioni delle competenze delle diverse professioni mediche. L’aumento delle consultazioni urgenti negli ambulatori ospedalieri da 1,18 milioni a 1,62 milioni ( 440.000) o l’aumento delle misure diagnostiche evidenziano chiaramente che nell’ambito dei processi vi sono notevoli potenzialità di miglioramento e di risparmio.
Un eccessivo spreco, dunque, di mezzi, figure professionali e di risorse finanziarie. Basti dire che negli ultimi anni le posizioni di laboratorio fatturate sono cresciute molto. Fra il 2012 e il 2017 il numero di analisi è salito da 83 milioni a 117 milioni,  41%, idem il numero di analisi fatturato per singolo assicurato è lievitato di circa il 23%. "Le possibilità diagnostiche in continua espansione sono ovviamente sempre più richieste", osserva Ruggieri. Pazienti e medici pretendono sempre di più. A questo occorre aggiungere che, contrariamente ad altre realtà, in Svizzera è relativamente semplice disporre dell’infrastruttura necessaria e accedervi, anche perché non esisterebbero linee guida chiare riguardo alla diagnostica.
Un altro esempio lampante di spreco di mezzi e di risorse è il settore ambulatoriale. Negli ultimi cinque anni per tutti gli esami immaginografici la quota di una seconda diagnostica entro sette giorni è esplosa. Esami doppi nel giro di una settimana. La percentuale maggiore si riscontra per le sonografie, il 7% di queste soddisfa questo criterio. Nel caso delle radiografie è del 4%, in quello delle risonanze magnetiche del 2%. Il fatto che questa percentuale aumenta si spiega molto difficilmente con l’indicazione medica. Eventualmente c’è una correlazione con la qualità o la difficoltà di interpretazione della prima diagnosi. È pure però molto probabile che almeno una parte delle misure diagnostiche sia evitabile e non dovrebbe essere ripetuta se i processi fossero ottimali. Anche la sonografia è l’esame utilizzato con maggiore frequenza. Nel 2012, per circa una persona su cinque; nel 2017 per quasi una su quattro. Un enorme mercato della salute che lievita sempre più.
pguenzi@caffe.ch
09.02.2020


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