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Intervista al sociologo del lavoro Domenico De Masi
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"Cos'è lo smartworking?
Una normale anormalità"
GIORGIO CARRION


Su un muro di Madrid qualcuno ha scritto: "Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema". La citazione è di Domenico De Masi, sociologo del lavoro, autore di best seller come ‘Ozio creativo’ e ‘Il lavoro nel XXI secolo’. Docente all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, una vita spesa ad osservare i cambiamenti socio culturali, esplode: "…Ci voleva una pandemia per capire che il mondo del lavoro deve cambiare!… Purtroppo non sono sicuro che, finita l’emergenza, in molti non si voglia tornare negli uffici, perdendo ore per arrivarci, consumando vita in eccesso di lavoro inutile, impedendo nuova occupazione giovanile, sprecando risorse in viaggi e affitti. E inquinando l’ambiente". Di smartworking, De Masi, scriveva già nel 1993, ma in pochi lo presero sul serio. Ora che in pochi mesi milioni di persone lo praticano, costrette in casa, il professore si prende la rivincita.
La pandemia ha costretto il mondo del lavoro ad una rapida trasformazione. Cosa dobbiamo aspettarci da questo sconvolgente cambiamento del modo di vivere e produrre?
"Già quarant’anni fa si capiva che il lavoro sarebbe dovuto cambiare. Il rapporto tra impiegati e operai era di 10 a 100; oggi è di 70 a 30. Ma ancora ci si attarda a concepire i rapporti di produzione secondo schemi ottocenteschi, appunto. Si stima che nel mondo ci siano 400 milioni di persone che in questo momento lavorano ‘a distanza’ dalla sede della propria azienda utilizzando la rete. Nell’‘800 si svuotavano le case per riempire le fabbriche di manodopera. Oggi siamo nel paradigma opposto: svuotare gli uffici per riempire le case. Ma c’è chi mette il bastone tra le ruote…e sa chi è?".
No, ce lo dica…
"I manager, i capi d’azienda, spesso gli stessi imprenditori, che vogliono tenere ancora l’occupazione intellettuale sotto controllo fisico, dentro gli uffici. La burocrazia che non sa fare a meno di certi riti di controllo. Sopravvive purtroppo una cultura della produttività basata sull’orario e non sul risultato del lavoro. Ma se per fare quello che facevo in otto ore oggi, complici le tecnologie, ce ne metto sei e posso farlo a distanza, perché devo andare a chiudermi in un ufficio?".
La sua teoria sembra radicale: lavorare meno, lavorare tutti, è uno slogan che evoca battaglie sindacali degli anni ’70 e ’80…Ora aggiunge: lavorare a distanza. Lei è un sociologo, non pensa che così la società si frammenta, atomizza, come dice qualcuno?
"Le classi dirigenti devono prendere atto che internet ha cambiato davvero nel profondo il nostro modo di vivere e di pensare. Chi ha responsabilità - aziendali o di governo - e non capisce questo mutamento o è inadeguato nel suo ruolo, oppure è un vigliacco e danneggia la società in cui viviamo. Gli operai in cento anni di lotte hanno acquisito diritti fondamentali sui luoghi della produzione. Che anche il lavoro intellettuale cosiddetto si mobiliti, per lavorare meno e meglio. In smartworking quando è possibile".
Anche in Svizzera si è aperto un dibattito sul reddito di cittadinanza, di cui lei è un sostenitore. Perchè lo propugna?
"Il reddito di cittadinanza è una necessità del nostro tempo e del futuro. Si lega al cambiamento del modo di produrre. La discontinuità del lavoro - dei rapporti d’impiego, intendo - produce ‘vuoti’ contributivi e di reddito che devono essere riempiti dal reddito di cittadinanza, che si alimenterà con la ricchezza prodotta. L’economia virtuale ha già dimostrato di saper produrre enormi ricchezze. La crescita del Pil mondiale è stata del 4,8%. Tradotto in numeri, è una cifra che non riusciamo neanche ad immaginare. Ebbene, le risorse economiche e finanziarie ci sono. Il problema è che l’85% di quel Pil è detenuto da 1200 persone. Dunque, le risorse finanziarie basta cercarle e utilizzarle. Non sono contro la ricchezza, ovviamente. Sono contro la concentrazione della ricchezza".
Lei conosce la Svizzera e diverse volte è stato a Lugano…Come vede la rivoluzione dello smartworking in questo Paese?
"Premesso che amo Lugano come città, è evidente che un Paese che poggia le sue basi economiche su finanza, banche, industrie di qualità, innovazione, turismo, ha lo smartworking nel suo Dna. Anche in Svizzera gli ingegneri e gli informatici hanno fatto un grande regalo ‘esistenziale’ agli impiegati: la rete e le altre tecnologie connesse. Ma in tanti o non l’hanno capito o non accettano questa rivoluzione. I terribili mesi che ci sono alle spalle, speriamo per sempre, dimostrano che il lavoro a distanza è una realtà. Come ho detto, temo si finisca per ritornare ad una normalità ‘anormale’".
Insomma, è pessimista sul fatto che prenda piede una riflessione radicale del modo di lavorare nel ventunesimo secolo?
"Diciamo che il Covid è stato un grande maestro; ma gli allievi avranno imparato?".
Ci dica il titolo del suo prossimo libro…
"Smartworking, filosofia e pratica".
30.05.2020


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