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Le riflessioni di un'infermiera di nuovo al fronte Covid
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"Le lacrime trattenute
davanti a tanto dolore"
PATRIZIA GUENZI


Tieni per te le tue paure ma condividi con gli altri il tuo coraggio". Questa frase l’ha scritta un ex paziente Covid su un manifesto raffigurante due mani intrecciate che ha regalato ai curanti della Clinica Luganese Moncucco. È appeso su una parete dell’ufficio di Mariapia Pollizzi, 46 anni, la responsabile del servizio infermieristico, che è tornata a guardarlo con preoccupazione mentre la spinta della seconda ondata di Covid-19 sta riprendendo forza e vigore. Conscia di dover ricominciare ad assistere, curare, supportare e confortare le decine e decine di pazienti che quotidianamente si succederanno nuovamente nelle corsie e nei reparti di cure intensive e conscia del carico psicologico che la attende. "Non è facile - dice -. Abbiamo tutti alle spalle un’esperienza forte e dolorosa come quella della scorsa primavera, che ha messo a dura prova il nostro fisico. Ma soprattutto la nostra mente. Che ci ha confrontati con paure e timori, ansie e preoccupazioni. E ora si ritorna alla casella di partenza".
Un ritorno doloroso, foriero di scenari già visti e vissuti. A cui questa volta ci si può in qualche modo far trovare un po’ più preparati. Ma consapevoli che il virus è sempre quello, cattivo, pericoloso e potenzialmente mortale. "Rispetto a marzo e aprile sappiamo qualcosa in più, per cui riusciamo ad essere più reattivi, ad anticipare alcune situazioni che prima ci coglievano del tutto impreparati - spiega -. Ma sulle cure non abbiamo fatto grandi passi avanti". Forse il cortisone... "Sì, ma purtroppo di fronte alla gravità di questo virus la medicina è ancora impotente". Ecco perché la Moncucco - centro Covid del cantone in primavera con La Carità di Locarno - si è già organizzata per accogliere i malati che, visto il numero dei contagi quotidiani, arriveranno in clinica sempre più numerosi. "Nel giro di due giorni abbiamo predisposto nuovamente i due percorsi, quello per pazienti non Covid che entrano per altre necessità, e quello per i pazienti infetti. Pronti, in qualsiasi momento a trasformare la clinica interamente in una struttura Covid". Fisicamente, dunque, il personale sarà in grado di riprendere i pesanti ritmi di sette mesi fa, in qualche modo ce la farà ad assicurare impegno e presenza costanti. "La difficoltà maggiore sarà gestire la parte emotiva. Lo stress, le situazioni dolorose e drammatiche, i decessi, i rapporti con le famiglie che non possono vedere il loro caro e che da noi cercano parole di conforto... Sarà trattenere le lacrime mentre dovremo dire ai figli che soltanto uno di loro può entrare per dare l’ultimo saluto alla mamma… Ecco, il solo pensiero di rivivere tutto ciò è deprimente".
In questi mesi, sia durante la prima emergenza ma soprattutto dopo, a bocce ferme, il personale ha beneficiato di un supporto psicologico. "Nel pieno della pandemia si parlava tanto tra di noi, condividevamo le esperienze, ci sostenevamo a vicenda e questo è servito molto. Dopo è emersa forte l’esigenza di dover rielaborare in maniera più asettica l’esperienza. Abbiamo lavorato in piccoli gruppi ed è stato un percorso molto costruttivo. Liberatorio direi".  
Mariapia Pollizzi è responsabile in particolar modo dell’area critica, del pronto soccorso, delle cure intensive e del blocco operatorio. Un team, segretariato compreso, di oltre duecento persone. Con loro ha vissuto la prima emergenza e si ritrova per la seconda volta al fronte, con un carico di fatica e stress mentale non del tutto smaltito.
In primavera siamo partiti con l’adrenalina a mille che ci ha fatto fare cose impensabili. Ora è diverso. L’esperienza ci ha segnati tutti. Oggi sappiamo cosa ci aspetta. E siamo preoccupati, ci chiediamo se saremo ancora in grado di affrontare un carico così elevato di stress, fisico ed emotivo. Inoltre, durante la prima ondata si andava verso la stagione, sapevamo che questo ci avrebbe aiutati. Ora ci aspettano lunghi mesi, con la sovrapposizione dell’influenza invernale. I miei collaboratori sono tutti dei grandi combattenti, disponibili e responsabili. Come dire?, cercheremo di affrontare questa pandemia bis al meglio, coscienti che a certi scenari non potremo purtroppo sottrarci”.
Scenari strazianti. “Ricordo molto bene la prima paziente che abbiamo intubato lo scorso marzo. Aveva 29 anni!”. E poi le famiglie, lontane, le lunghe telefonate per tranquillizzarle. O per avvisarle che il loro caro si era aggravato. “Sono esperienze che rafforzano ma possono anche abbattere”. Gestire la sofferenza è complicato. C’è chi non ce l’ha fatta, chi ha avuto bisogno di staccare per un po’. Persone all’apparenza forti, strutturate, professionalmente capaci si sono rivelate più fragili di altre che parevano meno resistenti. D’altro canto è nelle emergenze che la vera natura della persona emerge. “Lo stress psicologico fa brutti scherzi. Certe dinamiche sono difficili da gestire”.
L’impennata dei contagi avviene in una settimana decisiva per il personale curante che ieri, sabato, a Berna ha concluso una serie di manifestazioni di protesta (vedi sotto). Associazioni e sindacato rivendicano una giusta riconoscenza della professione e una maggiore considerazione del ruolo. “Il nostro grado di preparazione è alto, la pratica infermieristica ha subito un’evoluzione universitaria che andrebbe fatta conoscere meglio, affinché più giovani scelgano questa professione. Ma serve un riconoscimento economico e la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, per cui una donna non sia costretta a scegliere. Ad esempio rimodulando la turnistica, ricorrendo ad altri tipi di contratto... Nell’emergenza Covid abbiamo dimostrato quanto siamo importanti nella società”.
Gli infermieri che hanno manifestato, hanno infatti anche denunciato le condizioni precarie di lavoro durante il coronavirus, definendole insostenibili dal punto di vista umano. I pazienti in cure intensive erano soltanto dei numeri, non c’era più il tempo di rispettare i tre pilastri: l’équipe di cura, la famiglia del paziente e il paziente stesso. “Sono state settimane terribili. Soprattutto dal punto di vista umano. Due le situazioni in particolare che mi hanno ferito. Dover dire ai figli che non potevano dare l’ultimo saluto alla mamma ma che a solo uno di loro era consentito entrare. Ho visto il dramma nei loro occhi, nessuno osava dire ‘vado io’, ‘vai te’... Ho faticato a mantenere il giusto distacco. E poi c’è stato un marito che, come tutti, non poteva andare a trovare la moglie e viveva molto male le videochiamate. Inoltre, si sentiva in colpa perché l’aveva contagiata lui. E quando è morta abbiamo dovuto dirgli che non poteva toccarla, né darle l’ultimo bacio. Straziante pensare di rivivere tutto ciò”.
La perfidia del virus impone regole disumane. Come negare l’ultimo saluto a un genitore, un fratello, un partner. “Eravamo consapevoli della sofferenza delle famiglie che a volte nella disperazione si arrabbiavano con noi. Abbiamo fatto di tutto per rendere meno duro il distacco. E se ancora alcuni di loro si ricordano di noi, vengono a trovarci, forse, chissà... un po’ ci siamo riusciti”.
pguenzi@caffe.ch
31.10.2020


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