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Più casi per il Laboratorio di psicopatologia del lavoro
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Episodi di mobbing
raddoppiati in pochi anni
ANDREA BERTAGNI


L’entrata è un portone di legno. Di quelli che bisogna spingere con una certa forza, se si vuole entrare. E, in effetti, ci vuole un certo impegno ad affrontare un disagio psicologico legato a una situazione lavorativa difficile. Conflitti con i colleghi, con i capi. Licenziamenti, molestie sessuali, stress, esaurimento nervoso ed emotivo, burnout. Sofferenze che il Laboratorio di psicopatologia del lavoro di Viganello - creato nel 2006 su impulso del Dipartimento della sanità e della socialità (Dss) - negli ultimi anni ha visto crescere, aumentare.  "Rispetto al 2016, rispetto cioè all’ultimo bilancio dell’attività, abbiamo assistito un aumento dei casi di mobbing, stress e molestie - spiega Eleonora Fontana, psicologa del Laboratorio -. Il motivo? Difficile rispondere. Da una parte il nostro servizio è diventato più conosciuto e quindi sono arrivate anche più richieste, dall’altra le situazioni lavorative, quando non vengono ben gestite, si cronicizzano e danno luogo agli abusi sul posto di lavoro. In questo senso, le persone arrivano da noi troppo tardi. Per alcuni casi di mobbing anche dopo diversi anni".
Intervenire a posteriori non è mai facile. Anzi. "Purtroppo il più delle volte chi è vittima di abusi non se la sente più di tornare sul posto di lavoro dove sono nati e si sono cronicizzati i conflitti. Quando è possibile ripristiniamo il dialogo con il datore di lavoro, ma non ci riesce spessissimo e questo dispiace". Così, non resta che "lavorare per cercare di risolvere e alleviare le sofferenze delle persone, puntando sulle loro risorse, anche perché quando si rivolgono a noi sono spesso inabili al lavoro". E per ritrovare la forza di andare avanti serve impegno, determinazione, voglia di rimettersi in gioco, nonostante tutto quello che si è subito.
Ascolto, sostegno e, "quando la situazione lo permette, anche dialogo con il datore di lavoro". Queste le attività del Laboratorio. Ma non solo. Proprio per non arrivare troppo tardi, "dal 2012 è attivo anche un progetto per le aziende - fa presente Fontana - offriamo consulenza per la gestione dei casi difficili, magari quando un’équipe ha vissuto eventi particolarmente stressanti, ma anche seminari formativi sulle tecniche comunicazionali e sulla gestione dello stress e dei conflitti". Un’offerta di prestazioni che ha lo scopo di prevenire, anticipare, prima che sia troppo tardi. Prima di arrivare al "centinaio di segnalazioni che riceviamo ogni anno", precisa Fontana. Segnalazioni che nel 2019 hanno coinciso con  mobbing (il 12,8% dei casi, nel 2016 erano il 4,8%, quindi meno della metà), molestie (5,3%),  stress (10%) e situazioni di precarietà lavorativa (2,1%).
Ma anche "segnalazioni che negli ultimi mesi sono esplose e in questo senso siamo preoccupati per l’aumento dei licenziamenti che si sta verificando anche a causa della pandemia". Il Covid e l’emergenza sanitaria, che stanno durando ormai da un anno, hanno infatti amplificato il disagio sociale. Un disagio che inevitabilmente non farà che acutizzarsi nei prossimi mesi. "Ci confrontiamo con la stanchezza delle persone e in questo quadro è ancora più difficile riuscire a lavorare su se stessi per ritrovare le energie per andare avanti", annota Fontana.
Il portone del Laboratorio è però sempre aperto. E a varcare la soglia sembra essere sempre la stessa tipologia di persone. Quasi un identikit. "La richiesta di aiuto arriva quasi sempre da persone tra i 41 e i 50 anni. Meno coinvol
ti sono i giovani. Tra le ragioni, il fatto che è un periodo di vita in cui gli individui sentono di avere più responsabilità. In quella fascia di età generalmente si ha una famiglia, si ha un’ipoteca per la casa e si hanno i figli agli studi". Più responsabilità e di conseguenza più difficoltà nel riuscire a vedere una luce in fondo al tunnel. Anche perché sono anni di cambiamenti rapidi del mercato del lavoro e basta poco per restarne fuori.
Non è insomma un caso che il Laboratorio abbia a che fare con "lavoratori che in prevalenza arrivano dal settore della salute, che insieme a quello della vendita, è il ramo economico dove in questo periodo è più facile sviluppare stress e burnout, tra paure e preoccupazioni di perdere il posto di lavoro a scapito di chi percepisce un salario inferiore".
Fontana sottolinea un altro dato. Che va a spezzare uno stereotipo. "Solo un terzo delle persone che si rivolgono al nostro servizio in passato si è già rivolto a servizi pubblici o privati per un disagio di tipo psichico, mentre è il 70,3% degli utenti che asserisce di sperimentare uno stato di sofferenza per la prima volta". Un dato per dimostrare che il malessere subito da chi si rivolge al Laboratorio si sviluppa in persone che non mostrano una particolare propensione a sviluppare forme di sofferenza psichica. Tutt’altro.
Ecco perché uno dei prossimi obiettivi del servizio sarà quello "di puntare ancora con più decisione sui datori di lavoro - rimarca Fontana - così da riuscire a intervenire in modo ancora più tempestivo e preventivo e contribuire così a mantenere la capacità lavorativa delle persone".

abertagni@caffe.ch
27.02.2021


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