Angelo Frigerio, l'uomo della terra
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"La solitudine
mi fa tanta pena"
GIUSEPPE ZOIS


Sciur Maestru, cioè Angelo Frigerio. Ha fatto il docente di agraria alla Magistrale, il segretario agricolo cantonale, il politico, il giornalista, lo scrittore, perfino l'attore in due bei documentari come "Tempus Fugit", di Bruno Soldini e "L'ultima tentazione", di Andrea Canetta. Di più, per 55 anni è stato la Voce della trasmissione domenicale "L'Ora della Terra". Angelo è una sorgente di serenità e di ottimismo. Il 12 aprile raggiungerà le 94 primavere. È del 1920, l'anno di Papa Wojtyla e di Enzo Biagi. Nella sua casa di Rovio vive di lettura e scrittura, con il tempo scandito da un cucù. Si accende una "Mary Long" e fa partire la macchina dei ricordi e della vita: "Ora non riesco più a fare le passeggiate che amavo per le vie del paese - si rammarica. Mi mancano gli incontri con la gente, con i bambini, le mamme, gli anziani. È così bello stare con le persone, respirarne l'umanità... Io sono convinto che sarà l'amore a salvarci, perché è l'amore che fa bella la vita, ma vedo crescere la mala pianta dell'indifferenza, anche nei nostri paesi, dove la dimensione umana era di casa. La solitudine mi fa una gran pena".
Dalla sua lunga stagione, Angelo ha capito dove passa il confine tra vita attiva e vecchiaia. Fa un bel tiro di sigaretta e spiega: "È quando avvicini i bambini all'asilo e ti accorgi che stai diventando anche tu come loro, perché hai lo stesso ritmo: questo è il segnale. La vecchiaia inizia nel momento in cui i ricordi hanno il sopravvento sulle speranze".
Lui continua a definirsi un "uomo della terra". Quasi tutti nell'infanzia di Angelo facevano i contadini: "Figure leggendarie, parevano sculture, da maggio a settembre sciamavano nei campi. La vita allora si stemperava tra casa e chiesa, dall'Angelus del mattino a quello della sera. Il fieno, la legna, l'orto, la vigna, giorni che non finivano mai e tuttavia respiravamo le stagioni. I nostri contadini possedevano una grande dignità e una rara compostezza. E non si inchinavano a nessuno".
La vita dell'Angiulin è un pentagono di luoghi, Rovio, Torino, Zurigo, Giubiasco e Chislerio in Valle Blenio. "Il primo salto - ricorda - fu dal mio paese a Torino, dai Salesiani, per imparare un mestiere. Due anni sono pochi ma possono anche significare molto nella storia di una persona. Nella capitale piemontese mi cacciai nei guai per aver strappato un manifesto fascista. Amaro fu il mio rientro a casa, da dove ripartii per fare il muratore a Zurigo". Frigerio sfoggiava bicipiti alla Peppone e aveva appetito di futuro: "A sevi un galupp". Il punto di svolta è nel 1939, con il ritorno a Rovio, sul cantiere dell'Ala Materna che avrebbe accolto schiere di rifugiati di lì a poco, nella seconda guerra mondiale alle porte. Per Angelo, cemento di giorno e libri di sera: il coetaneo Edgardo Bernasconi voleva che riprendesse gli studi e l'aveva avviato alla Magistrale. "Dovevamo arrangiarci, abbiamo imparato la vita, guadagnandocela a palmo a palmo".
Frigerio richiama alla mente Anteo, quel dio mitologico che più cadeva, più prendeva forza. Di bufere nella vita ha dovuto superarne parecchie, la perdita della moglie Laura, a 38 anni, con due figli da crescere, Mauro e Carlo. Poi, anche il figlio Mauro stroncato a 38 anni. Ma ogni volta, la Quercia ha resistito solida al vento, ai fulmini e alle tempeste. È entrato nel cuore di tutti: "Ancora oggi mi chiamano in molti per sapere quando è ora di seminare nell'orto, quali trattamenti fare nella vigna contro la peronospora". Par di riascoltare la sua voce inconfondibile, ai microfoni della Radio svizzera, con quella "erre" che sfumava in "v" e che gli conferiva quel tocco che fa tipo. Gli va riconosciuto il merito di essere stato il più grande divulgatore della poesia ticinese e italiana, da Giuseppe Arrigoni e Fernando Grignola, da Dante Alighieri a Giacomo Leopardi, a Padre David Turoldo e, su tutti, il "suo" Trilussa.
"La stagione della maturità è meravigliosa come un lungo tramonto estivo, dopo una giornata di sole, ma le ombre della sera sono popolate di nostalgie. Vivendo a lungo, si soffrono gli squarci di troppi addii delle persone care, degli amici. Penso che è una lacerazione di tutti noi vecchi, che desideriamo sentirci ancora utili e mai di peso".
Adesso Angelo ha ripreso carta e penna - sì, perché prima preferisce scrivere a mano e solo dopo mettere "in bella" al computer - per onorare la memoria dell'amico di una vita, il compaesano architetto Tita Carloni. "Insieme, negli ultimi vent'anni, un giorno dopo l'altro abbiamo camminato e conversato, bevuto birre e caffè, progettato e amato vie, contrade e case di Rovio. Ho passato quest'inverno a leggere, studiare libri, prendere appunti, disegnare per il libro che pubblicherò nel 2015. Racconterò il nostro territorio, dal Generoso a Rovio, al lago, attraverso le varie ere, nei cambiamenti intervenuti. Un centinaio di pagine, senza pretese scientifiche: per far conoscere l'ambiente in cui viviamo, che molti non osservano più, troppo presi dalle corse quotidiane".
Il nostro "Scior Maestru" a parte Geo & Geo e il Tg, boccia la tv: "Parole inutili a fiumi, spesso volgarità gratuite. Lo si vede bene anche in politica. Noi avevamo degli ideali e lottavamo per la loro affermazione. Oggi c'è in giro troppo carrierismo". Frigerio non ha dubbi: "La politica si è incattivita e ha perso la tensione etica che deve animarla. Effetto del populismo dilagante, del vituperio, con cui non si costruisce ma si demolisce. Troppi tribuni si aggirano per l'Europa. Noi eravamo abituati a riconoscere il valore dell'avversario. Si stima sempre la persona in gamba. Alfredo Giovannini, storico sindaco di Biasca, gran radicale, mi ripeteva il suo irrinunciabile credo: dobbiamo guardare l'uomo prima di tutto. Nella Commissione legislativa, allora, c'erano i sette migliori avvocati del cantone Ticino. E, per carità, mi fermo a questa costatazione". Innegabile lo scollamento tra politica e cittadini. Angelo ha la sua versione del perché: "La televisione si è appropriata dei dibattiti, ed era inevitabile, decretando però, di fatto, la fine dei comizi. Troppi oggi vanno in tv non avendo niente da dire: sentono il bisogno di andarci ansiosi di visibilità. Recandoci nei paesi e stando tra la gente, ci si confrontava, uomo con uomo e idea con idea, si faceva a botta e risposta e poi mangiavamo insieme pane e formaggio con un bicchiere di merlot".
Un Trilussa come gran finale si impone e Angelo declama i versi a memoria come faceva in radio: "Incuriosita de sapé che c'era/ una Colomba scese in un pantano/ s'inzaccherò le penne e bonasera/. Un Rospo disse: - Commarella mia,/ vedo che, pure te, caschi ner fango.../ - Però nun ce rimango... -/ rispose la Colomba. E volò via".
16.03.2014


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