Willem Dafoe
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"Sto girando il mondo
da quando ho 17 anni"
ROSELINA SALEMI


Sono solo un ragazzo di strada di Appleton, Wisconsin". Il posto da dove è fuggito a diciassette anni (anche facendosi espellere da scuola) verso il teatro sperimentale prima, e verso Hollywood poi, il posto dove non è più tornato. Né ha un particolare significato che ad Appleton sia nato il Mago Houdini, del quale ha sempre ammirato "la capacità di attivare forza e agilità che sono alla nostra portata ma non sviluppiamo. Si può dire che facesse yoga." Ma se pensate che Los Angeles sia la sua città preferita, vi sbagliate. Come gli intellettuali alla Woody Allen, ama New York. Poi ha casa a Roma, "l'ex piccionaia di un convento", con la bella moglie italiana, la regista Giada Colagrande, un colpo di fulmine del 2004. Lei aveva presentato il suo primo film, "Aprimi il cuore" e da allora non si sono più lasciati. Gli piace la Sicilia per il mare, ed è cittadino del mondo. "Sono in giro da quando avevo diciassette anni".
Willem Dafoe, Will per gli amici, asciutto, vestito spesso di nero - elegante, si è meritato una copertina dell'Uomo Vogue - è un tipo simpatico. Spontaneo. Non presenzialista. Ha un viso da rockstar, un po' Lou Reed e un po' Mick Jagger, straordinariamente espressivo, tra muscoli, rughe, fossette che si alternano per disegnare inquietudini. Ha gli occhi appuntiti che si illuminano quando dice :"Ciao, buona sera, come va?" con l'inconfondibile accento americano. Non ti aspetti tanta cordialità da uno che ha avuto due candidature ai Golden Globe e due agli Oscar, ha lavorato con i più grandi, da Martin Scorsese ("L'ultima tentazione di Cristo")  al discusso Lars Von Trier ("ma è "Platoon", di Oliver Stone che mi ha cambiato la vita" precisa) senza disdegnare la parte del cattivo Goblin in "Spiderman", un centinaio di film tra produzioni fastose e piccoli ruoli, e potrebbe avere pose da star. Ultimamente al cinema lo abbiamo visto dappertutto. È un rude organizzatore di incontri clandestini di boxe nel film "Il fuoco della vendetta" di Scott Cooper. Nuota tra le lacrime in "Colpa delle stelle", il blockbuster di Josh Boone: le sue scene danno carattere al film. Si muove tra servizi segreti e terrorismo nei panni del banchiere Tommy Brue, depositario di un oscuro segreto in "La Spia" (titolo originale "A most wanted man") tratto dal bellissimo romanzo di John Le Carrè "Yssa il buono". Un'opera che definisce "elettrizzante, piena di ambiguità, cinismo, giochi di potere. Da togliere il fiato". Ma Dafoe, 59 anni portati con la leggerezza di un ragazzo appena segnato dal tempo, ama anche progetti molto sofisticati come il teatro sperimentale. L'estate scorsa ha interpretato "The life and death of Marina Abramovic" per la regia di Bob Wilson. O come il film di Abel Ferrara su Pier Paolo Pasolini presentato al Festival di Venezia dove gli presta la voce Fabrizio Gifuni. "Pasolini" racconta in un intreccio di pubblico e privato, interviste, incontri, disillusioni e nuovi progetti (il romanzo "Petrolio" e il film Porno-Teo-Kolossal) gli ultimi giorni di una vita che sarebbe stata interrotta di lì a poco a Ostia, nella notte del 2 novembre 1976. Un assassinio brutale, del quale si è parlato per anni, tra processi e rivelazioni. Nel cast ci sono anche Riccardo Scamarcio, Adriana Asti, Valerio Mastandrea, Ninetto Davoli.
Giornalista, scrittore, "poeta-profeta" lo definisce Dafoe, omosessuale tormentato, Pasolini è un totem della cultura italiana, mai portato in un'opera di fiction. "In quarant'anni sono stati realizzati soltanto documentari - spiega -. Se qualcuno si scandalizza perché è un attore straniero a recitare la parte di Pasolini, faccia pure. Io ci sono entrato letteralmente dentro. Non solo nel cuore e nella mente, cercando di vedere il mondo come lo vedeva lui, di provare le sue emozioni, ma nei suoi vestiti. Me li ha prestati Ninetto Davoli, storico amico di Pasolini. Mi stavano strettini, ma mi stavano. Abbiamo una corporatura simile, e pur non essendo un omone, Pasolini aveva una sua potenza fisica. Colpiva il suo magnetismo, la sua energia, la sua capacità di essere giornalista, poeta e filosofo, di frequentare gli intellettuali e i ragazzi di strada, i circoli politici, il mondo del cinema e poi andare a pranzo con la mamma. Aveva una grazia che lo accompagnava ovunque, qualsiasi cosa facesse". Diceva: "Voglio dare scandalo" perché cercava di uscire dagli schemi. La sua apertura mentale nei confronti della sessualità lo faceva amare da alcuni e disprezzare da altri. "È bella la sua irrequietezza, il suo desiderio di tornare alle cose semplici, sacre. Mi ha colpito una frase: 'La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi'".
Dafoe si sente compreso e valorizzato da registi come Lars von Trier ( "Antichrist" e "Nimphomaniac") e Abel Ferrara di "Pasolini": "Questo è il nostro quarto lavoro insieme. Con lui non si tratta di scegliere se accettare o rifiutare un copione, ma di collaborare, di partecipare. Mi succede con Giada: siamo in sintonia, abbiamo progetti insieme, ne faccio parte. Abbiamo girato tre film insieme, e quando mi dirige, sono soltanto un attore. C'è un'intesa profonda nonostante le nostre vite frenetiche. Le ho chiesto di sposarmi un giorno mentre eravamo a pranzo, senza preavviso. È stato un gesto romantico, d'impulso. Ho chiamato in municipio e mi hanno spiegato che se fossimo riusciti ad arrivare lì entro un'ora avremmo potuto sposarci il giorno dopo. Ci siamo infilati in un taxi, abbiamo compilato le carte e il pomeriggio seguente eravamo marito e moglie. Sono cresciuto in mezzo alle ragazze, con cinque sorelle che si occupavano di me e mi raccontavano i loro amori, anche nei dettagli. Non ho avuto bisogno di spiegazioni da altri: è stata una curiosa educazione sentimentale. Sono colpito dalla complessità del mondo femminile, dalla sensibilità, dalla capacità che hanno le donne di evolversi, molto più di noi". La cosa più bella che Dafoe dice del loro essere coppia è: "Non penso mai a cosa è mio e a cosa è suo: cerco di perdere il mio senso di proprietà".
Della spericolata giovinezza e degli esordi burrascosi non racconta molto, tranne che ha fatto tantissimo teatro, che non ha studiato per diventare attore e ha imparato lavorando, né ama parlare del lungo legame con l'attrice Elizabeth LeCompte, (ventisette anni insieme, e un figlio, Jack) ma qua e là affiorano riferimenti psicanalitici sulla costruzione di sé. "Sì, mi chiamavo William, Bill, e sono diventato Willem alla scuola superiore. Famiglia numerosa, classe media del Midwest, genitori che lavoravano, problemi di identità. Il nome, il modo in cui te lo senti addosso, è fondamentale. Se te l'hanno dato, è un conto, se te lo scegli, cambia tutto". Come Willem che si è insediato a Hollywood e ha resistito all'ottovolante dello star system. "Dopo 'Platoon' cercavo il ruolo perfetto che non è arrivato, poi mi sono stancato e sono tornato sul set. Ci sono periodi in cui ricevo offerte interessanti e altri meno, ma continuo a mettermi alla prova. Anzi, devo dire che invecchiando sto facendo tantissime cose, molto diverse". Vero. E in certi momenti fai fatica a collegarlo ai tanti ruoli da "cattivo" che ha interpretato, perché la maschera austera si scioglie subito e Will Dafoe assume un'aria scanzonata, ironica. La sua intelligenza sta proprio nel distacco dalla polvere di stelle hollywoodiana, nel definirsi "un eterno principiante, più attore che star", nel coltivare piacere della normalità,"la mia vita privata è abbastanza ripetitiva, non faccio niente di speciale", afferma, nell'attitudine alla curiosità. E la fama? "Beh, quella è uno strumento di lavoro."
Fa yoga regolarmente, studia i gesti delle persone che incontra per strada e li ripete, gli piace cucinare, "pasta con i pomodorini, con la cicoria, l'aglio e il pecorino" precisa. Il gusto della vita è "svegliarmi la mattina e pensare che cosa vorrei mangiare a pranzo". Dopo aver chiacchierato con lui in una stanza affollata dove altri aspettano di intervistarlo, mentre gli amici transitano e salutano, e Abel Ferrara gli ricorda che devono vedersi più tardi, capisci che cosa ha di speciale Will Dafoe. Ha una plasticità indescrivibile. Riempie lo spazio. Si esprime con tutto il corpo. Ride, quando lo dico, ma gli fa piacere. "Sono d'accordo. Molti attori, anche famosi, recitano soltanto dal collo in su."
22.02.2015


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