Denzel Washington
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'Io un sex symbol?
Sono un essere umano'
ROSELINA SALEMI


Cavalli sul red carpet alla Mostra di Venezia non se n’erano mai visti, ma c’è sempre una prima volta. Ed è questa, la numero 73. Eccoli, Denzel Washington e Chris Pratt con tanto di destrieri per ricordare l’uscita del film di Antoine Fuqua "I magnifici sette", pietra miliare del cinema con cowboy, remake del classico western di John Sturges del1960, già rilettura del "Sette Samurai" di Akira Kurosawa. Non stupisce né il bagno di folla, né l’assedio al 61enne Washington, prima e dopo l’incontro con i giornalisti, all’arrivo e alla partenza del motoscafo. Lui, l’erede di Sidney Poitier, è davvero speciale. Magnetico. Carismatico. Semplice, in t-shirt nera e pantaloni comodi. In gran forma (fa pugilato da vent’anni). Il suo nome compare in tutte le classifiche possibili: tra le 50 Maggiori Star di tutti i tempi, i 50 Smartest People in Hollywood (i più intelligenti, i più "svegli"), quella degli Uomini più sexy (viventi) e dei 100 più sexy della storia del cinema. Con un cachet sui 20 milioni di dollari a film, sei nomination all’Oscar e due statuette portate a casa, è uno degli attori (ma anche produttore e regista) più ammirati e stimati dello showbiz. "La gente vede in me quel che vuole, ma quello che vede non sono io - si schermisce -. Magari tra un po’ diranno ‘era sexy’ e avranno diritto di farlo, ma io non so che significa essere un sex symbol; sono un essere umano, non mi esercito a essere sexy". E con questo, il discorso è chiuso.
Poco incline a parlare del suo privato, bravissimo a evitare il gossip, è sposato dal 1983 con Paulette Pearson, conosciuta sul set di "Wilma" e ha quattro figli, tutti impegnati nel cinema. "John David vuole diventare regista; era un bravo giocatore di football, ma ha sempre amato il mio mondo - elenca -. Malcolm è un attore. Anche Katia recita: le raccomando di studiare Shakespeare e fare esperienza a teatro. Olivia (gemella di Malcolm), è una producer e sta lavorando con Quentin Tarantino che l’adora. Sono grandi e si mantengono da soli. Devo solo imparare a fare meno il padre e cercare di ascoltarli di più". Se lo considerano un’eccezione - strana cosa una star hollywoodiana con la stessa moglie da 33 anni - risponde: "Perché, è vietato? Non si possono avere una carriera e un matrimonio che dura?". Non ama fare pubblicità alle sue battaglie politiche e agli interventi per buone cause, glissa sulla domanda se interpreterebbe il ruolo di Obama (aspettano la fine del suo mandato per farne un film).
Poliziotto corrotto, giustiziere vendicativo, eroe d’altri tempi, dopo "Training Day" e "The Equalizer - Il Vendicatore", è al terzo film con il regista Antoine Fuqua, e al suo battesimo nel genere western. Il villaggio da difendere questa volta non è più messicano, ma una cittadina di coloni tenuta sotto scacco dal cattivissimo magnate Bartholomew Bogue, che vuole costringere la gente a svendere la terra per espandere la sua miniera d’oro. Sarà una vedova, Emma, a ingaggiare a nome di tutti sette fuorilegge, cacciatori di taglie, giocatori d’azzardo e sicari con a capo Sam Chisolm, un magnifico Denzel Washington, appunto. È piuttosto ovvio chiedergli se da ragazzino gli piacevano i film western, e se da attore, ha sempre sognato di interpretarne uno per rivivere la beata incoscienza degli "anni migliori". "A dir la verità, essendo figlio di un pastore pentecostale, non avevo il permesso di andare al cinema - confessa mente, sul viso senza età, 62 anni il 28 dicembre ma non glieli daresti, appare un sorriso serio, da intellettuale prestato a Hollywood -. Ho visto ‘Il re dei re’ e ‘I dieci comandamenti’ ed è tutto, ma a parte la serie ‘Bonanza’ in televisione non ho mai potuto avvicinarmi a un western prima di una certa età. Sicuramente ho giocato ai cowboy e agli indiani, e non ricordo bene quale fossi dei due… ma sì, mi piaceva. Quando Antoine mi ha spiegato che avrei dovuto interpretare un cowboy nero con un cappello nero, su un cavallo nero e andare in giro agitando pistole, lo ammetto, mi sono davvero sentito come un bambino che gioca. È stato divertente e per giunta mi hanno pagato. Mi manca molto il mio cavallo…". Del film non vuole dare una lettura politica, anche se il fatto che i magnifici sette non siano tutti bianchi (ci sono un asiatico, un "texicano" e un nativo americano) fa pensare a un specie di risarcimento postumo nei confronti delle tante minoranze che hanno costruito l’Unione. "La storia si svolge nel 1874 e il nostro è un vero vero 1874. Il mondo era così: neri, messicani, indiani e asiatici assieme. È una rappresentazione più onesta, più realistica di com’era un tempo la frontiera, e non semplicemente il Far West. C’erano uomini che dovevano difendersi, che vivevano per la pistola e per la loro reputazione. C’era paradossalmente più uguaglianza qui che nel Sud dell’America". Di come nasca il suo personaggio sappiamo poco, ma anche Washington ammette di saperne poco di più: "Le backstory sono fondamentali per noi attori, però non è necessario che tutto vada raccontato al pubblico. In ‘Man on fire’ (Il fuoco della vendetta), mi dissero: Il tuo personaggio ha fatto cose che neppure Dio avrebbe potuto perdonare, e nient’altro".
Avendo un impianto etico (ha rifiutato "Seven" perché troppo violento) è piuttosto logico chiedergli che effetto fa entrare nei panni di un uomo con tanta oscurità dentro, e se questo lascia traccia in lui. "Non devi uccidere qualcuno per interpretare un assassino. A scuola di recitazione ti insegnano ad amare il tuo personaggio, indipendentemente da quello che fa; e io non li giudico, non penso mai se è buono o è cattivo. Per me recitare è più che girare un film, è un punto di partenza per arrivare ad altro. Cerco sempre di mettere il mio spirito nel personaggio, di renderlo unico, speciale. Non potrei definire il mio Chisolm buono o cattivo. Ma nessuno è totalmente buono o cattivo come ci hanno insegnato i film di Sergio Leone. Non è mai una faccenda di bianco e nero... e non parlo del colore della pelle".
Sarà pieno di sfumature anche l’avvocato del prossimo film, "Inner City " ambientato in una cupa Los Angeles. Ma l’appuntamento cinematografico più vicino è con "Fences" dove Denzel Washington è anche regista (anteprima il 16 dicembre a New York e Los Angels, uscita il 25) storia dell’ex promessa del baseball Troy Maxson finito a lavorare come netturbino a Pittsburgh, e della sua complicata relazione con la moglie Rose (una grande Viola Davis) il figlio e gli amici. A proposito del suo lavoro e dei progetti futuri, è abbastanza curioso sentirlo parlare di umiltà, parola poco usata nello star system. Ma forse è merito della madre novantenne: "Quando le mostrai l’Oscar appena vinto, lei mi disse: ok, ma vammi a buttare la spazzatura".
Per lui "Cerco di rimanere umile" significa non avere preconcetti, trasferire al personaggio parte della sua ricchezza interiore. Esattamente il contrario degli altri colleghi che ripetono: sono un attore, recito soltanto una parte. "Quello che metto in un film è sempre personale. So quello che sento, penso e credo, lo porto in ogni ruolo e non posso che ringraziarvi se ve ne rendete conto. Per me è fondamentale. Comincio sempre la mia giornata pregando e chiedendo perdono per ciò che ho fatto di male. E non dico in che cosa voi dovete credere, ma questo è quello in cui io credo. "
Niente gli fa paura, dice, tranne l’Onnipotente e, quanto agli attori con cui potrebbe confrontarsi, è attento e parsimonioso nei giudizi. Rispetta molto Daniel Day Lewis e Meryl Streep "che forse mi renderebbe un po’ nervoso...".
20.11.2016


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