Lino Banfi
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'Se ti dicono continua
è il momento di smettere'
ALESSANDRA COMAZZI


Lino Banfi è nato il 9 luglio del 1936, e per il suo compleanno rotondo si è regalato un libro, "HoTtanta voglia di raccontarvi", Mondadori Electa, collana Madeleines. Nel libro, Banfi non è solo: "Accanto a me - racconta - ci sono i miei personaggi preferiti, Oronzo Canà, l’allenatore nel pallone, il Commissario Lo Gatto, lo stesso me stesso con il nome autentico, Pasquale Zagaria. Insieme formiamo un tutt’uno che mi ha aiutato a mettere insieme questa biografia. Amo presentarla in giro per l’Italia (a Torino sono stato al Centro Congressi Unione Industriale, per gli ‘Incontri del martedì sera’), se mi invitano sarò ben contento di venire anche in Svizzera". Banfi gioca col dialetto, conosce visceralmente i tempi dello spettacolo: "Quando la gente ti dice: continua, quello è il momento di chiudere", dichiara. "Lo so che il pubblico di me non si lamenta, però ci terrei tanto a dimagrire. Per fortuna la nutrizionista che mi segue adesso dice che posso consumare tanto pesce e la pasta anche la sera. Meno male. Perché a me mangiare piace, e così ho già perso qualche chilo. Vorrei dimagrire per senso estetico: perché in salute grazie al cielo sto bene, e la testa c’è. Però mi dà fastidio ‘sta panza. Quando qualche ammiratrice di una certa età arriva alle mie guanciotte e mi fa ganascino, o mi batte sulla pancia, le spezzerei la noce del capocollo. Ma come si permettono?, porca putténa. Si può dire porca putténa su ‘Il Caffè’? Penso di sì, non è più una parolaccia".
Continua l’incontro parlando di linguaggio, e dell’importanza della sua Puglia. Afferma: "La Puglia per me è importante sempre, sono fiero di essere considerato un suo rappresentante in the world, facciamo vedere che siamo internazionali. Sono testimonial delle sue eccellenze, le olive, i vini, i salumi, sta per partire un progetto con la mia facciona sui prodotti, denominati ‘Bontà Banfi’. Da grande voglio aprire a Roma una orecchietteria take away. Non un ristorante, ma un posto con i piatti pugliesi da asporto. Io sono di Andria, presto trasferito a Canosa, e il dialetto, certo, mi ha caratterizzato. Certe frasi. Una parola è troppa e due sono poche. Mi piace molto pensare a come è nata questa frase. L’ha inventata mio padre Riccardo buon’anima. Quando ho cominciato a girare quei film un poco scollacciéti, dove toccavo quelle donne bellissime, Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Gloria Guida, Nadia Cassini, i compaesani chiedevano a mio padre, ma senza chiederglielo veramente, se io con le ragazze, insomma, andavo oltre il cinema. Oppure ero ricchione. E mio padre rispondeva: ‘Una parola è troppa e due sono poche’. Poi c’è, l’ho già detta prima, ‘ti spezzo la noce del capocollo’: questa è di un mio zio. Quando qualcuno di noi bambini veniva picchiato da un amico, lui diceva: se lo prendo, gli metto il ginocchio sui denti, il piede nel braccio, eccetera eccetera. E finiva con: gli spezzo la noce del capocollo. Ecco".
Pugliese è anche Checco Zalone. "Abbiamo lavorato insieme in ‘Quo vado’ - ricorda Banfi -. Noi, di persona, non ci conoscevamo. Succede che la mia agente, Paola Comin, è alla presentazione di un film. Vede Zalone, insieme mi telefonano, Checco fa la mia imitazione, mi chiama maestro, dice che mi ammira tanto. Paola mi ha poi raccontato che mentre mi telefonava si era messo in ginocchio. Passa qualche tempo e lui e Nunziante, il suo bravissimo regista, mi chiedono di fare un piccolo ruolo in ‘Quo vado’. Subito mi dispiaccio, ma come un piccolo ruolo? Datemi di più! Invece capisco che è strategico: io sono un senatore stile Prima Repubblica italiana, che suggerisce a Checco di non lasciare il posto fisso per nessuna ragione al mondo. Mi è molto piaciuto lavorare con lui. Tanto che ho un progetto, se Valsecchi, il produttore, volesse. Una cosa come ‘In viaggio con papà’, il film con Sordi e Verdone padre e figlio. Mi piacerebbe fare la stessa cosa con Luca Medici, che è il nome vero di Zalone".
Pure Lino Banfi è un nome d’arte. L’attore racconta com’è nato. "Mi chiamo Pasquale Zagaria, e Lino è il diminutivo di Pasquale. Bene. Ai tempi dell’avanspettacolo, mi facevo chiamare Lino Zaga. Un bel giorno, riesco ad avere un appuntamento con Totò a Roma, grazie al padrone del teatro Ambra Jovinelli, Graziano Jovinelli. Totò mi chiede come mi chiamo, io gli rispondo e lui inorridisce: ‘Il diminutivo del nome porta bene - mi fa - il diminutivo del cognome porta male, cambia subito’. E come cambio? L’amministratore della compagnia teatrale dove lavoravo, parliamo del 1959, era anche maestro elementare. Prende il registro. Primo nome, Banfi Aurelio. E Banfi fu. L’ho poi cercato, Banfi Aurelio, ma invano. Orgoglio pugliese. C’è anche Renzo Arbore, ma lui è di Foggia. È un grande amico, ha fatto la prefazione al libro. Con lui è meraviglioso improvvisare. La famosa sigla finale del ‘Caso Sanremo’, noi in camicia da notte con la candela in mano, la inventammo a casa di Renzo, alle 3 di notte: e quello era un programma del 1990 in cui facevamo un processo al Festival che stava per cominciare, io ero l’avvocato, lui il giudice".
A proposito di improvvisazione, il comico parla dei segreti di questa tecnica teatrale: "Per improvvisare bene occorre avere un formidabile bagaglio di gag già pronto. Ovviamente, io me lo sono preparato con l’avanspettacolo. Da sempre avevo sta fissa, fare l’artista. I miei mi mandarono in seminario, ho frequentato il ginnasio, poi ho cominciato il liceo, e latino, greco, filosofia, mi hanno aiutato. Ma dal seminario scappai, per diventare, per l’appunto, artista. Ero megalomane, convinto di riuscirci. E furono anni bui. Ho fatto tanta fame. Racconto questa. Mi trovavo a Milano, inizio Anni ‘60, non avevo nemmeno i soldi per andare al dormitorio. Io e un mio amico dormiamo in treno, con addosso i cartoni, come i barboni. Infatti arriva un barbone vero, milanesissimo, mi chiede se canto e mi dà un suggerimento. ‘Prendi questo intruglio col cappuccino - e mi dà un pacchetto, e pure i soldi per il cappuccino - ti farà male la gola. Quando ti fa male la gola, vai all’ospedale, e vedrai. Io obbedii: mi tolsero le tonsille, poi il dottore capì che non avevo da mangiare e mi lasciò stare in ospedale quindici giorni in più. Ormai potevo fare l’infermiere".
Chissà se uno come lui non ha mai avuto tentennamenti nella vocazione artistica. Risponde: "Una volta volevo proprio smettere e fare l’impiegato, mia moglie e io eravamo pieni di debiti. Ma lei mi disse: non voglio un marito triste. Così ho continuato. E non la ringrazierò mai abbastanza. Siamo sposati, con Lucia, da più di 50 anni. Una volta incontrai Ratzinger, quand’era ancora Papa, che mi chiese: ‘Sempre stessa moglie’? Certo! In effetti sono un caso raro, nell’ambiente,  legatissimo alla famiglia. E a proposito del ‘Medico in famiglia’, lo sceneggiato di Raiuno arrivato alla decima edizione, dico che la sensazione più forte è quella di veder crescere i raghézzi, come fossero figli miei".
04.12.2016


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