Gherardo Colombo
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"Dobbiamo superare
il male che è in noi"
RICCARDO VENTURI


Gherardo Colombo, ex pubblico ministero simbolo della stagione di Mani Pulite, ha lasciato la magistratura nel 2007, con 14 anni di anticipo. L’ha fatto dichiarando: "La giustizia italiana funziona male, e non può funzionare se i cittadini non hanno un buon rapporto con le regole". Ha smesso di fare il magistrato proprio per questo, per spingere soprattutto i ragazzi a riflettere sul tema delle regole, della legalità e della giustizia. Da allora, ha incontrato complessivamente circa mezzo milione di studenti, a un ritmo di 50mila all’anno, delle superiori, medie ed elementari. Incontri durante i quali i ragazzi non sono spettatori bensì protagonisti, in un dialogo di domande e risposte reciproche. "Mi capita con una certa frequenza di essere fermato da giovani che mi dicono di aver partecipato a un incontro nella loro scuola qualche anno prima... - racconta il 70enne ex magistrato -. Qualcuno di loro mi ha detto di aver scelto di studiare giurisprudenza in seguito a quelle riflessioni. E qualche tempo fa, al termine di un incontro a Roma, una ragazza  mi ha detto: lei mi ha cambiato la vita. Questo significa che esiste in loro una disponibilità ad ascoltare una voce che è fuori dagli schemi usuali. Il che mi conferma nella mia scelta".
Siamo negli ambienti post-industriali della Fabbrica del Vapore di Milano, dove si è appena concluso uno di questi incontri con un centinaio di ragazzi delle scuole superiori, trasmesso in diretta satellitare in 111 sale cinematografiche su tutto il territorio nazionale, dove erano presenti 19mila studenti di 148 città. Un evento che si ripete ogni anno, organizzato dall’associazione "Sulleregole" fondata da Colombo e la fondazione Pasquinelli, e che quest’anno aveva l’impegnativo titolo "Che cos’è la giustizia?". "Il mio amico ed ex collega Piercamillo Davigo dice che i ragazzi vengono ai miei incontri solo per saltare i compiti in classe...-. Invece quel che mi colpisce è proprio il loro coinvolgimento, che è sempre molto elevato, anche se oggi erano un po’ intimiditi dal contesto dell’evento. I bambini delle scuole elementari hanno un forte anelito al rispetto delle regole, i ragazzi delle superiori, che pure ricevono input molto contraddittori da una tendenza complessiva opposta, sono ancora disponibili e ricettivi perché non sono ancora stati assorbiti dall’organizzazione sociale degli adulti, che invece per me sono generalmente persi". Colombo ha scelto di gettare dei semi di legalità, anche se ritiene che per vedere i risultati ci vorranno "generazioni". E non ha dubbi sul motivo di questa diffusa mancanza di rispetto delle regole in Italia: "Storico, culturale e di interferenza religiosa - osserva -. Storico perché siamo un Paese molto giovane che è stato spesso terreno di invasioni, e quindi dominato da stranieri; per questo le istituzioni sono state spesso e continuano a esser viste come antagoniste. Abbiamo poi una cultura della sudditanza. Non pensiamo tanto di avere diritti, quanto di avere la necessità di avere privilegi dal principe. Di qui la pratica della raccomandazione, che è un segno di sottomissione e di richiesta di una elargizione". Inoltre ricorda che c’è il problema dell’insistenza sul territorio della Città del Vaticano: "Esistono così due creatori di regole che sono molto spesso riconosciuti entrambi, che non raramente emanano regole contrastanti. Il destinatario di queste regole contrastanti necessariamente le svilisce, perché non si possono osservare contemporaneamente. A questo aggiungiamo di non essere mai stati toccati dalla Riforma, il che significa che non siamo mai stati infastiditi dal fatto che si potesse addirittura acquistare il Paradiso... E se puoi comprare il Paradiso, allora puoi comprare tutto".
Anche il senso di ingiustizia subita ha un ruolo nella mancanza di rispetto delle regole. "C’è sicuramente - ammette -, ma spesso è male indirizzato, si confonde tra l’esser vittime di ingiustizia e il non aver potuto fruire di un’elargizione". Per fare un test, secondo Colombo, basta chiedere al sindaco di un centro da 10-15mila abitanti qual è il comportamento dei cittadini nei suoi confronti,  "Circa quel che definisco richiesta di elargizioni - spiega -. Quel terreno agricolo perché non lo fai diventare edificabile?... Questa casa vorrei alzarla di un piano, non si potrebbe... E colui che glielo nega non verrà più rieletto, perché è stato percepito come ingiusto, anche (o forse soprattutto) quando ha agito nel pieno rispetto delle regole. Siccome non abbiamo il senso della comunità, abbiamo anche un senso di giustizia distorto".
Proprio sul tema della giustizia, che è stato oggetto dell’incontro, Colombo è giunto a convincimenti spesso considerati sorprendenti per un ex magistrato: "L’azione giudiziaria punitiva è sostanzialmente inutile, a parte l’effetto preventivo che consiste nel fatto che chi ha commesso reati e continua a essere pericoloso è in carcere, e quindi, finché ci resta, non può commetterne altri. Ma i carcerati pericolosi sono da un quarto a meno di un terzo del totale. Il 70% di chi è stato in carcere ci torna, mentre tra chi è stato affidato ai servizi sociali solo il 19% torna a delinquere. Queste differenze notevolissime nelle recidive confermano che la sicurezza non viene dalla punizione, ma dall’educazione, che come è stato dimostrato ricabla il cervello stesso. Per questo la buona notizia è che sta aumentando moltissimo l’applicazione delle misure di comunità, che sono sempre state chiamate ‘misure alternative al carcere’, tanto che stiamo per arrivare alla parità tra chi sconta la pena in carcere e chi fuori". Colombo a questi temi ha dedicato il libro "Il perdono responsabile", sottotitolo "Si può educare al bene attraverso il male? Le alternative alla punizione e alle pene tradizionali", nel quale indaga le basi di un nuovo concetto e di nuove pratiche di giustizia, la cosiddetta "giustizia riparativa". Ai ragazzi che lo ascoltavano, alcuni con un’aria un po’ perplessa, l’ex Pm ha detto: "Per poter mettere qualcuno in prigione bisognerebbe averla provata". Facendo qualche riferimento anche al malfunzionamento della giustizia: "Va in prigione chi non è capace di rubare un’auto e viene così arrestato. Ma non va quasi mai in prigione chi, provocando l’azzeramento del valore dei risparmi di migliaia di italiani investiti in obbligazioni, di auto virtuali ne ha ‘rubate’ a migliaia".
Ascoltando Colombo parlare dell’inutilità del carcere e della necessità dell’educazione, viene da chiedersi se questa sua svolta abbia un’anima religiosa o quantomeno spirituale. «Religiosa direi di no, io non pratico nessuna religione. Però ci sono stati degli elementi che hanno concorso a questo mio percorso, quando litigai con Adolfo Ceretti, un criminologo mediatore che applica la giustizia riparativa, a un convegno dell’Onu sulla risposta alla devianza. Io, che nel mio lavoro le persone contribuivo a mandarle in prigione, ero ancora dell’idea che la punizione fosse educativa". Poi elenca dei libri: "Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita", di Eugen Wiesnet, "Cautio criminalis. De processibus contra sagas", sulla caccia alle streghe, di Friedrich Spee. Tutti gesuiti, come l’ex direttore del Centro culturale San Fedele di Milano, padre Guido Bertagna, "che mi ha coinvolto in una serie di iniziative come garante del percorso di riconciliazione tra vittime ed ex terroristi. Se per spirituale intendiamo la relazione non merceologica con le altre persone, questo sì. Relazioni per me determinanti nel portarmi a ritenere che la giustizia dovrebbe essere riconoscimento. Riconoscimento universale, e quindi alleanza generale per superare il male che è in ciascuno di noi".
08.01.2017


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