Gigi Proietti
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'Un attore vero fa ridere,
piangere, quel che serve'
ALESSANDRA COMAZZI


Gigi Proietti, 77 anni compiuti, ha portato con successo in tv il suo spettacolo "Cavalli di battaglia", con cui festeggia cinquant’anni di carriera. "Non ero figlio d’arte: dopo la maturità classica, ottenuta a Roma, la mia città, studiavo giurisprudenza - racconta -. Suonavo, cantavo, mi piaceva recitare. Ho cominciato a lavorare, ma non pensavo che quella sarebbe diventata la mia professione. Era più un divertimento, una curiosità, io sono curiosissimo. Mi divertivo, e mi pagavano pure, che cosa volevo di più? Poi è arrivata la passione, e non ho più smesso". La svolta è stata con lo Stabile dell’Aquila, per il quale ha lavorato tantissimo, "e si può bene immaginare la stretta al cuore che mi porto. Facevamo "Il dio Kurt" di Moravia, lì ho capito definitivamente che quello sarebbe stato il mio lavoro. Senza fare cose comiche. Non sono un comico. Un attore vero fa piangere, fa ridere, fa quel che serve, ci proviamo sempre". Il suo programma, in onda su Rai1, registrato al Teatro Verdi di Montecatini, è stato molto seguito: "Sono al settimo cielo giusto perché non c’è l’ottavo - ha detto quando ha saputo gli ascolti -. ‘Cavalli di battaglia’ perché ne abbiamo presentati tanti, di pezzi forti: non solo i miei, anche quelli degli ospiti, Renzo Arbore, Enrico Brignano, Claudia Gerini, Lillo e Greg, Neri Marcorè, Max Tortora, Bianca Guaccero. Tutti ci aspettiamo un buon esito, quando facciamo delle cose, ma oltre cinque milioni di persone a seguire uno show di impianto teatrale, di questi tempi, sono un’enormità. Dico di impianto teatrale perché abbiano provato, moltissimo. Un tempo era normale, fare le prove per i varietà tv. E le prove fanno la differenza. Però non ero sicuro, ho realizzato la prima puntata con 38 e mezzo di febbre, era un’influenza, è passata. Sono lieto del lavoro degli ospiti, tutti sono venuti volentieri. Baglioni, per esempio, persona deliziosa: ho letto versi delle sue canzoni come fossero di Shakespeare, sono davvero bellissimi".
Tra gli ospiti, c’erano anche molti attori che hanno frequentato la sua scuola. "Per esempio Brignano; a scuola era bravo. Un bravo allievo del mio Laboratorio di esercitazioni sceniche, così si chiamava, trent’anni fa. Parlo ancora di loro come dei miei ragazzi, ma sono con tutta evidenza persone mature. Flavio Insinna, Rodolfo Laganà, Francesca Reggiani, Pino Quartullo, Massimo Wertmüller, Chiara Noschese, sono stati tanti. Un’esperienza bellissima che durò sedici anni. La scuola era finanziata dalla Regione Lazio, gli allievi non pagavano, anzi, prendevano 9mila lire, ma dovevano essere bravissimi. Per entrare, si sottoponevano a provini duri, infiniti. Ma poi la Regione chiuse. Peccato".
Gigi Proietti ha interpretato in tv un personaggio che è stato pietra miliare della serialità europea: il maresciallo Rocca, in onda dal 1996 al 2008. "Piacque tanto perché fu vincente l’idea di Laura Toscano, la sceneggiatrice - analizza l’attore -: seguire un uomo d’ordine nelle indagini e nella vita privata, con gli umanissimi problemi di tutti, arrivare a fine mese, trattare con i figli. Da 25 anni non facevo uno show per il piccolo schermo. Ma di personaggi ne ho interpretati tanti. L’architetto, in ‘Un nero per casa’, con l’esordiente Cristina Capotondi, nel 1998. E più di recente, il giornalista, con ‘Una pallottola nel cuore’. Lo so, che i giornalisti nelle fiction non hanno mai grande successo: un po’ ho rischiato, ma è stata una sfida, una prova di fiducia nei confronti della categoria".
Meno assiduo è stato il suo rapporto con il cinema. "Lo valuto come un matrimonio riuscito a metà. Il cinema merita dedizione assoluta. Devi fare quasi solo quello. Però ho lavorato con grandi registi, Monicelli, Bolognini, Altman, Tavernier. E anche come doppiatore: non ho fatto molto, ma mia è la voce di Rocky Balboa, il primo film di Stallone pugile. Sono io che grido: ‘Adrianaaaaaa’. È interessante, il cinema americano. Meryl Streep, durante la consegna dei Golden Globe, ha fatto il suo discorso politico: penso che se abbiamo delle idee, sia giusto esprimerle. Un tempo facevamo le dichiarazioni di voto. Anch’io. Ma adesso ce la metto tutta a seguire la politica, solo che è difficilissimo. Ti dicono che non esistono più la destra e la sinistra. Invece non è vero: nei nostri cuori esistono. Mi auguro che tutto si normalizzi e che la politica si liberi della teatralità. Ho sentito un’espressione, di recente: la ‘post verità’. Ma che cos’è la post verità? È una bugia. È un termine che può riguardare il teatro, dove c’è la finzione, che è onesta. Ma non può riguardare la politica. Dove la dicotomia vero-falso deve esistere".
Ricorda con piacere, Proietti, la sua prima fiction tv. "Non si chiamavano fiction,ma romanzi sceneggiati - sottolinea -. Il mio debutto fu con ‘Il circolo Pickwick’ da Dickens. Ugo Gregoretti, il regista, era venuto a vedermi mentre facevo teatro ‘di cantina’, nel 1968. Teatro del 101, lo chiamavamo, perché aveva 101 posti che non riempivamo. Non avevo mai fatto tv, Gregoretti mi scelse. E dello sceneggiato composi anche la sigla. Andammo a registrarla alla Rca, mi presentarono un ragazzo con i capelli ricci che mi avrebbe accompagnato: era Lucio Battisti. Sono stati anni importanti. Con Carmelo Bene realizzammo, alla sua maniera, ‘La cena delle beffe’ di Sam Benelli, lo portammo al Sistina, un azzardo, e il pubblico apprezzò. Anche mettere insieme i pezzi teatrali era una novità nel 1976. Facciamo uno spettacolo antologico e debuttiamo a Sulmona. Lo spettacolo si chiamava ‘A me gli occhi’ e basta. Sembrava finisse lì, e poi, vent’anni dopo l’esperienza del teatro tenda di Gassman, ripetemmo, sempre sotto la tenda. Cinquecentomila presenze solo a Roma. E dopo venne ‘A me gli occhi, please’".
Adesso si parla tanto di mescolanza di alto e basso: Proietti l’ha praticamente inventata quarant’anni fa. "Eppure trovo che la contaminazione sia una stupidaggine. Le cose non sono alte o basse. O sono buone o non lo sono. Io non contaminavo: cercavo cose buone. È meglio un brano comico fatto bene che un monologo di Amleto fatto male. In televisione una volta seguivo molto i dibattiti, ora non riesco più. Ci sono dei buoni sceneggiati, però. Mi è molto piaciuto Rocco Schiavone, tratto dai gialli di Antonio Manzini: Giallini, il protagonista, è bravissimo. Non sono riuscito, invece, a vedere un altro lavoro di grande successo, ‘I bastardi di Pizzofalcone’, di Maurizio de Giovanni. Ma cercherò di recuperare perché mi interessa vedere Alessandro Gassman, che è stato un po’ come un mio figlioccio. Eravamo davvero molto amici con il padre Vittorio. L’arte, o meglio, l’artigianato a volte si trasmette: le mie figlie Carlotta e Susanna lavorano con me e all’inizio non ero contento. Poi, come l’oste dice che il suo vino è buono, io dico che sono brave. Abbiamo fatto una compagnia familiare come si usava una volta, e ora sì, sono contento".
19.02.2017


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