Livia Pomodoro
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"Povertà è non avere
tempo per gli altri"
RICCARDO VENTURI


Livia Pomodoro è stata presidente del Tribunale per i minorenni di Milano dal 1993 al 2007, e presidente del Tribunale di Milano dal 2007 fino al febbraio 2015. È la "madre" del Codice di procedura penale minorile italiano, che a differenza di quello ordinario è rimasto praticamente intatto dalla sua approvazione trent’anni fa, fino a oggi ("Questo è un motivo di grande orgoglio" dice lei). È stata tra le prime donne a entrare in magistratura nel 1965, dopo che due anni prima il Parlamento aveva approvato la legge sulla parità tra i sessi negli uffici pubblici e nelle professioni. "Con Giulia De Marco, Emilia Bisceglia, Maria Gabriella Luccioli che è stata presidente di sezione della Cassazione, tutte noi donne magistrate della prima ora che abbiamo avuto un cursus honorum di rilievo abbiamo percorso una strada non silenziosa, ma per me corretta e coerente nelle istituzioni - precisa la 76enne giurista -. Siamo state brave a farci apprezzare per il nostro senso di responsabilità, per la capacità di stare in un sistema complesso, paludato e non facilmente permeabile al vissuto che cambia nella società. Io stessa mi sono prestata a fare molte manifestazioni a favore delle pari opportunità per le donne nel sistema, e credo di aver dato un contributo".
Pomodoro ci riceve nel suo bello studio a Palazzo Isimbardi, sede della Città Metropolitana di Milano, dove si occupa di diritto all’alimentazione in qualità di presidente del Milan Center for Food Law and Policy. Ma dal 2008, anno della scomparsa della sorella gemella Teresa, attrice e drammaturga, fondatrice del teatro No’hma, si dedica anche, o forse soprattutto, al teatro, a quel teatro gratuito creato da Teresa in una stazione in disuso del sistema dell’acqua potabile milanese. "Credo che mia sorella mi abbia fatto un dono grandissimo lasciandomi - dice -. Mi ha consegnato un mondo che ho scoperto, e che è diventato la mia passione. Ho molti incarichi, anche importanti, ma la cosa cui dedico più tempo, più attenzione e a cui sono più legata è la mia attività teatrale, il mio teatro".  Racconta il rapporto con la carismatica sorella gemella, con cui vissuto insieme quasi tutta la vita e il forte legame affettivo pur con esperienze professionali completamente diverse. "Avevamo un dialogo molto fitto, litigavamo tantissimo - ricorda -. E quando si litiga significa che si ha qualcosa su cui discutere. Litigavamo soprattutto perché io non capivo, non riuscivo a capire questa sua spinta a una visione diciamo di ‘amore per l’umanità’, così forte da spingerla al sacrificio. L’avevo scoraggiata dal progetto di prendere questa magnifica palazzina dell’acqua potabile che era ridotta in condizioni terribili per farne un teatro. Le dissi: tu sei pazza, ma come ti viene in mente? Lei mi aveva detto che invece era un’esperienza che voleva fare. È l’unico teatro esistente dove non si paga il biglietto per entrare, infatti siamo conosciuti in tutto il mondo".
Teresa era una donna molto colta, aveva lavorato come drammaturga con Giorgio Strehler, era attrice e anche regista dei suoi spettacoli, ma questo teatro di cui lei incarnava l’anima era un teatro particolare. "Voleva dimostrare all’Italia, al mondo, a tutti quelli che ci credono che la cultura non ha censo, non appartiene a coloro che possono pagare il biglietto, così come la bellezza, così come l’arte non hanno censo. Il suo è stato un teatro fin dall’inizio frequentato dalle élite di questa città e anche dagli homeless del quartiere. È bellissimo". Nemmeno la malattia ha allontanato Teresa Pomodoro dal suo teatro dell’inclusione No’hma, una parola greca che richiama l’unione di ragione e sentimento. "Saliva sul palcoscenico, negli ultimi anni quando era molto malata, dopo aver trascorso la mattinata in clinica, e i suoi medici venivano a vederla, ad ascoltarla. Era veramente spettacolare. Mi diceva che era il teatro a darle la forza di fare tutto ciò. Quando è mancata io non sapevo niente di questo mondo, non ero mai entrata nel backstage di un teatro. Ma ho deciso che il valore di quello che aveva creato andava mantenuto e rafforzato". Così l’ex giudice si è lanciata in questa avventura della quale non sapeva quasi niente, con grande umiltà. "Sono sempre stata attenta a riconoscere la mia ignoranza ogni giorno, sono una persona che non sa, come tutti. Dal 2008, quando mia sorella è mancata, fino al 2015 ero presidente del Tribunale di Milano, un’attività estremamente impegnativa. Da quel momento ho rinunciato ai sabati, alle domeniche, alle feste, ho rinunciato a tutto per occuparmi del teatro. Ho lavorato sodo, ho fatto molte esperienze, quest’anno sono alla mia nona stagione teatrale, e l’anno prossimo sarà la decima". Da qualche mese l’infaticabile Pomodoro è anche stata nominata presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Una nuova esperienza che, unita alle tante altre, la mette nella condizione ideale per esprimere un parere importante sulla città che ama e che l’ha accolta negli anni Sessanta. "Milano è una città che oggi ha una vocazione identitaria più forte di quella che aveva in passato, ma troppo pellicolare secondo me. Ha bisogno di attribuirsi una vocazione valoriale, una cosa diversa da quella della Milano del turismo, della finanza, dei commerci".
Caratteristiche che vanno benissimo, e peraltro allargando i suoi confini alla città metropolitana, per Pomodoro si apre una scommessa che la città ha davanti a sé. "Milano può costruire una grande metropoli che non ha nulla da invidiare a Londra, New York, Parigi - riconosce -. Però il rischio che corre oggi è quello di impoverirsi dentro. L’altro giorno don Virginio Colmegna (anima della fondazione Casa della Carità di Milano, ndr) mi ha detto: Livia, tu sei purtroppo povera di tempo. Io sono rimasta così colpita da questa sua affermazione che sto riflettendo molto seriamente. Credo che questa sia la mia vera povertà ,perché è il momento nel quale bisognerebbe invece forse avere il tempo di fermarsi, di riflettere, anche di condividere di più e più profondamente".
Questo è il problema: difficile condividere in una città accelerata come Milano. Di condividere "altro", quel sistema di valori che rende una città forte. "Sadiq Khan, il sindaco di Londra, ha lanciato una grande campagna sulla multidiversità facendo un salto avanti molto significativo rispetto ai temi dell’immigrazione e dell’accoglienza - spiega -. Ciò che conta è che noi ci riconosciamo in un mondo molto diversificato, e cerchiamo di rispettarci vicendevolmente. Alla  base di tutto questo c’è un valore fondamentale, il rispetto delle persone e della dignità di ognuno. Basterebbe riflettere su questi due principi, che peraltro noi abbiamo ben chiari nella costituzione italiana, per capire che oggi c’è bisogno di approfondire questi temi, di arrivare a condividerli il più possibile non a parole ma nei fatti, attraverso esperienze valoriali forti". Pomodoro vede un rischio in questa Milano folclorica, molto dinamica... Come presidente dell’Accademia di Brera, ad esempio, la preoccupa il fatto che l’Accademia non diventi un luogo di eventi esterni. "Fa chic fare eventi, sfilate all’Accademia; durante il Salone del Mobile abbiamo ricevuto tantissime richieste - rivela - Tutto questo va bene, è il riconoscimento di un brand. Ma oltre a questo bisogna riconoscere il valore fondamentale di un’Accademia delle arti, che significa insegnare conoscenza, bellezza, attenzione a ciò che è stato prodotto nel passato e all’innovazione. Combinare parametri che sono quasi sempre quelli del successo e dell’apparenza non è facilissimo, ma Milano ha tanti strumenti... io farò questo tentativo".
26.02.2017


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