Alessandro Gassmann
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"Giunto a questa età
farò la rivoluzione!"
ROSELINA SALEMI


el 2011 ha aggiunto una "n" al cognome che si era persa negli uffici dell’anagrafe. Ma, con o senza la "n" in più, Alessandro Gassmann resta uno di quei bravi attori poco presenzialisti, minimamente mondani, lontanissimi dal gossip (vita tranquilla, stessa moglie dal 1998, Sabrina Knaflitz) e ancora capace di grandi passioni: il suo mestiere, l’impegno sociale (è testimonial di Amnesty International, ha visitato i campi profughi siriani in Libano) l’attenzione ai cambiamenti e alle sfide del mondo moderno. Certo, chi se lo ricorda come uomo-oggetto, sexy e abbastanza nudo nel calendario del mensile Max del 2001, fatica a metterlo d’accordo con l’immagine riservata che ha costruito nel tempo. È sempre un bel tipo, con i suoi giovanili 52 anni, e recitare nelle commedie lo diverte. Ma quando gli parli, ti rendi conto che anche i suoi personaggi più "leggeri" hanno un lato profondo, affrontano dinamiche contemporanee e mutamenti spiazzanti. Il mondo che va veloce e ti lascia indietro. Nel film "Il nome del figlio" il tema "serio" era il pregiudizio (si può chiamare un bambino con il nome di un dittatore?)  in "Se Dio vuole" c’era quello della spiritualità e l’ultimo arrivato al cinema, "Beata ignoranza", suggerisce, ridendoci sopra, un paio di riflessioni sulla tecnologia (deve farci paura?) e la paternità (che cosa significa essere padre?). "In Beata ignoranza - racconta Gassmann - sono Filippo, uno spensierato professore di matematica sempre connesso, adorato dagli studenti ( in realtà non li fa lavorare) che finisce nella stessa scuola di un ex amico e collega. Ernesto ( Marco Giallini) ha un Nokia del ’95 e gli basta. Rifiuta la tecnologia in ogni sua forma, sequestra i cellulari in classe. I due si detestano e hanno un legame segreto: sono stati innamorati della stessa donna, che alla fine però ha sposato Ernesto."
La domanda che passa tra i dialoghi brillanti e le gag è: la vita vera è online oppure offline? È meglio inseguire la tecnologia o vantarsi del proprio analfabetismo digitale? Alessandro Gassmann una risposta ce l’ha: "La vita vera è offline, assolutamente. Sono su Twitter anche per lavoro, non sono su Facebook, non ho Snapchat. Non demonizzo i social, è inutile chiamarsi fuori - è una battaglia persa in partenza , tra retroguardia e snobismo - ma sono mezzi potenti e pericolosi, tirano fuori il tutto meglio e tutto il peggio di noi. Il vero problema è l’uso sbagliato che se ne fa. Bisognerebbe che l’educazione digitale diventasse una materia da studiare a scuola: soltanto così i ragazzi potrebbero capire quali rischi corrono".
L’altro tema chiave è la paternità (nel film c’è di mezzo la complicata figlia cresciuta da Ernesto). "Il vero padre - dice Gassmann - è quello che ti vuole bene, si occupa di te. La biologia dà sicuramente dei diritti, ma ne dà di più la responsabilità. Io penso questo: i genitori sono obbligati ad amare i figli che hanno messo al mondo, ma i figli no. Un buon genitore deve farsi scegliere. Filippo, il mio personaggio, il supersimpatico, l’amicone, fugge dalle responsabilità invece di considerarle un’occasione di crescita. Sembra che si diverta, ma è solo apparenza. In realtà ha costruito poco e si ritrova con poco". E quando pensi che Filippo sia così credibile perché c’è qualcosa di Gassmann in lui, ecco la sorpresa: "No, non gli somiglio per niente. Sono fatto in una maniera molto diversa. Più che parlare preferisco ascoltare, evito di mettermi in mostra. Però certe volte sento che mi piacerebbe essere estroverso, capace di stare al mondo, di essere al centro dell’attenzione. Mio figlio Leo, invece, è più simile a Filippo, almeno nella simpatia, nella leggerezza. Si trova a suo agio in mezzo alla gente…" Molto cautamente, Gassmann rivela che sta lavorando con Massimiliano Bruno a un progetto importante, il suo secondo film da regista dopo "Razzabastarda". Ma ammette la sua voglia di "fare la rivoluzione" dopo il giro di boa dei cinquant’anni: "A modo mio, certo. Voglio rompere le scatole occupandomi di problemi sociali, cose di tutti i giorni che interessano alla gente, e uso, appunto, Twitter: mi permette di esserci. Per dare una mano, bisogna essere antipatici a qualcuno. Io mi auguro di essere antipatico a molti… Significherà che sto facendo davvero qualcosa di utile."
12.03.2017


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