Andrea Ghiringhelli
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"In me prevalgono
interessi da studioso"
CLEMENTE MAZZETTA


a cominciato come insegnante prima al ginnasio di Biasca, poi a liceo di Locarno e ha concluso la sua attività professionale come direttore dell’archivio storico del canton Ticino e delle due biblioteche di Locarno e Bellinzona, pochi anni fa, nel 2013.  Quarant’anni che hanno trasformato il Ticino. Dal rastrello al computer.  
Andrea Ghiringhelli, 70 anni, storico e intellettuale assai "poco organico" del Plrt, guarda con distacco le ultime vicende della politica cantonale.  "Di famiglia liberale, non ho mai assunto cariche istituzionali o di partito, tranne quelle di consigliere comunale. Prevale in me maggiormente l’interesse dello studioso, l’analisi delle cose politiche". Come un entomologo che osserva dall’esterno, cataloga, classifica.  Fra i protagonisti di "Ragioni critiche", una rivista d’ispirazione liberale che con Giancarlo Olgiati, Alfonso Tuor e Antonio Spadafora, agitò il dibattito a cavallo degli anni 80/90. Ma già prima si era occupato della crisi dei partiti. In particolare del Plrt. In un opuscolo "Alla ricerca del consenso perduto" analizzò le cause e individuò le dinamiche che divennero evidenti in anni più recenti. Prima dell’arrivo della Lega. Suggerì la svolta verso il maggioritario. "Anni di discussioni, di proposte, di dibattiti, finiti in un nulla di fatto".
Oggi è preoccupato per il disinteresse verso  l’Osservatorio della vita politica regionale, l’istituto che analizza l’azione dei partiti politici, i rapporti fra cittadini e istituzioni. Teme il rischio di chiusura di questo "centro studi" di cui con Elio Venturelli (allora direttore dell’Ufficio statistica) vanta la paternità. "Paradossale che mentre si chiedano più lezioni di civica, mentre si sottolinei la necessità di maggiori contatti con le università d’oltralpe, per una questione di risparmi si metta in discussione proprio l’Osservatorio che è convenzionato con l’università di Losanna e che garantisce le basi per una comprensione delle dinamiche fra istituzioni, cittadini  e politica".   Cresciuto a Osogna in Riviera, ha vissuto gli anni della rivolta alla scuola magistrale di Locarno. Periodo che ricorda con un pizzico di nostalgia, "per le grandi discussioni di quegli anni molto ideologizzati. Tempo estremo nelle tensioni e negli ideali, ma così pieno di attese".  Dopo gli anni universitari di Friburgo (storia moderna, contemporanea e psicopedagogia) insegnò per una dozzina d’anni.  Poi nel 1986 la svolta. "Successe che l’allora consigliere di Stato Carlo Speziali mi chiese di subentrare allo storico Raffaello Ceschi nella direzione dell’archivio storico. Ci pensai  per qualche tempo. Poi mi decisi".  Si era agli esordi. Con pochi mezzi e poco personale. "Allora l’archivio era considerato poco più di un magazzino di carte e cartacce. Alloggiato in uno stabile pericolante in via Salvioni a Bellinzona". Un’ex fabbrica di profumi.  "Poi traslocammo nella nuova sede, fummo abbinati alla biblioteca cantonale di Bellinzona e ci trasformammo in un archivio moderno, con tanto di iniziative, pubblicazioni, convegni. Chiesi e ottenni la trasformazione in unità autonoma con tanto di budget quadriennale". Una struttura che fra le prime introdusse la valutazione di qualità. La lasciò nel 2013.  Prima, alla fine degli anni 90, fu chiamato da Venturelli a collaborare all’istituzione dell’Osservatorio della vita politica affidato fin dalle origini ad un giovane ricercatore (Oscar Mazzoleni). "Il Ticino sotto l’aspetto politologico era sottosviluppato. Non esistevano analisi sulle votazioni,  non c’erano dati comparati.  Partimmo, poi quest’ufficio fu aggregato all’università di Losanna nel 2011 con risultati notevoli, con una cinquantina di pubblicazioni".  Risultati che non paiono riconosciuti. "Ho sempre avvertito, fin dagli inizi, da parte dei politici una certa diffidenza nei confronti degli studiosi che vanno a mettere naso nel loro campo: come se lo  considerassero di loro esclusiva competenza".
21.05.2017


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