Daria Bignardi
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"Non si può pensare
solamente  agli ascolti"
ALESSANDRA COMAZZI


aria Bignardi, giornalista, conduttrice, scrittrice, nata a Ferrara, 56 anni, è responsabile di Rai3, una delle poche donne a ricoprire ruoli dirigenziali nella tv di Stato italiana. Preferisce essere definita direttore, "direttrice mi ricorda quella delle elementari, piuttosto arcigna". Chissà se in questo ruolo è facile o difficile realizzare i programmi in cui si crede. "È difficile e faticoso. Per una serie complessa di motivi, che hanno a che fare con la burocrazia ma anche col contesto interno ed esterno alla Rai, non è detto che si possa sempre realizzare quel che si vorrebbe come lo si vorrebbe né che si abbia il tempo che servirebbe per rodare un progetto. Quando ci si riesce, si è doppiamente contenti". La missione di Rai3 è soprattutto raccontare la realtà, con diversi linguaggi. "Non ho un’idea astratta di tv: ho cercato di innovare e prendermi cura; in qualche caso ci sono riuscita meglio, in altri meno. Rai3 ha una programmazione squisitamente da servizio pubblico, in tutti i suoi programmi storici, da Ulisse a Chi l’ha visto? a Fazio a Mi manda Rai3 alle inchieste di Riccardo Iacona e Report ai programmi informativi di Lucia Annunziata e Gerardo Greco. E poi ci sono le tante cose che abbiamo fatto senza pensare agli ascolti, come Fuocoammare di Francesco Rosi in prima serata. Servizio pubblico è anche fare i salti mortali per acquisire velocemente i diritti di un film. O ricordare Paolo Poli a un anno dalla sua morte. E una serie come quella sui ragazzi malati del Bambino Gesù si sarebbe potuta fare solo sul servizio pubblico". Avrà dei programmi che le stanno più simpatici. "I neonati hanno bisogno di più attenzioni. Le corazzate navigano già sicure, serve solo fiducia e libertà, come i figli grandi. Ma si vuol bene a tutti. Le madri non fanno preferenze tra i figli".
Bignardi aveva esordito sulla rete che ora dirige collaborando con Gad Lerner a Milano Italia, poi è passata a Mediaset, conducendo da studio la prima e la seconda edizione del Grande Fratello, e poi ancora è stata a La7 con Le invasioni barbariche, dove spiccavano le interviste definite, per l’appunto "barbariche", pungenti. E intanto ha cominciato a scrivere libri, il primo fu, nel 2009, "Non vi lascerò orfani", una storia di famiglia che è anche una storia d’Italia. Personalità forte, come tutte le personalità forti può piacere molto ma anche no. "A volte mi chiedo se è meglio dirigere una rete, fare un’intervista, o ideare un programma: fare un’intervista è più facile, basto io, o quasi. Un programma o una rete li si costruisce in tanti". Lei che ha condotto il Grande Fratello degli esordi, quando il proto-reality era considerato un esperimento sociologico più che un programma, sarà pentita, visti i danni provocati nel tempi dai reality? "Non sapevamo bene cosa fosse allora, solo che era un genere completamente nuovo, che cambiava il modo di fare tv. Non credo abbia poi fatto tanti danni. I danni li fanno solo i programmi brutti. Non c’è un genere nobile e uno ignobile, ci sono solo programmi curati e non".
Chissà se conta saper scrivere nel fare tv. "Non so se conta. E quando faccio tv non scrivo: o fai una cosa, o l’altra. Avevo quasi terminato un libro una settimana prima che Campo Dall’Orto (il direttore generale della Rai,  prima della nomina negli scorsi giorni di Mario Orfeo, ndr) mi chiedesse di dirigere Rai3. È rimasto lì e non ho più scritto una riga, anche se mi accorgo che ha lavorato dentro, come un fiume carsico. Sarà interessante capire cosa è successo a quella storia, quando la riprenderò. La Rai è un’azienda complessa, che ne ha viste tante. È un miracolo se con tutti i paletti che ha e i condizionamenti che vive riesce ad avere i buoni risultati che ottiene. Si parla sempre dei suoi problemi e mai del fatto che gli ascolti tengono, la pubblicità pure, i programmi belli e ben fatti ci sono. Se ciò accade è perché ci lavora un sacco di gente alla quale sta davvero a cuore ciò che fa".
11.06.2017


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