Gianni Biondillo
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"Soltanto a piedi
capisco una città"
MAURO SPIGNESI


La sua fortuna è non aver mai avuto la patente. Così è stato costretto a camminare. A camminare sempre. Sotto il sole o la pioggia. Dovunque si trovi, dovunque vada. Che sia Milano, dove è nato nel 1966, che sia il Giappone dove è stato recentemente per una serie di conferenze, che sia il Ticino dove con i suoi studenti dell’Accademia d’architettura di Mendrisio è andato alla riscoperta dell’identità del territorio, tra la nuova Bellinzona e il Ceneri. Gianni Biondillo è uno scrittore che ha costruito il suo successo nella narrazione degli spazi urbani. Una sua grande passione. "Io resto convinto - racconta - che le città si capiscano, nel loro carattere, nel loro mutare, nella loro ricchezza artistica e architettonica, nella bellezza di certi scenari, soltanto attraversandole a piedi". Non per nulla Biondillo tempo fa è rimasto affascinato dalla psicogeografia, un metodo d’indagine nato alla fine degli anni Cinquanta, una tecnica di esplorazione che indaga lo spazio urbano percorrendolo a piedi.
Architetto, scrittore e camminatore, Biondillo è il papà del celebre ispettore Michele Ferrario, protagonista di sette romanzi tutti pubblicati da Guanda: il primo "Per cosa si uccide" e l’ultimo "L’incanto delle sirene" del 2015. Nell’ultimo romanzo "Come le foglie sugli alberi", Ferrario non c’è perché la trama si srotola durante la prima guerra mondiale attorno alla vita di un giovane architetto comasco, Antonio Sant’Elia. "Io non sono né un giallista, né un romanziere, ma un narratore del territorio - spiega Biondillo -. Per me sono fondamentali le descrizioni dei luoghi, gli spicchi di città, ho sempre un occhio rivolto al mutamento dei quartieri. Forse è una deformazione, visto che sono cresciuto, come i ragazzi figli di emigrati (papà era campano, mia mamma siciliana) a Quarto Oggiaro, periferia di Milano".
Attualmente Biondillo, che è anche autore di saggi e sceneggiature per fiction televisive, sta curando un progetto che si chiama Sentieri metropolitani. Ed è da una costola di questo progetto che è nata l’esperienza in Ticino. "Sono venuto anni fa per fare una conferenza, chiamato da Mario Botta. Poi come sempre da cosa nasce cosa e con Marco Della Torre abbiamo messo a punto il programma di narrazione del territorio". Biondillo ha costruito percorsi ragionati, attorno alla nuova Bellinzona che allora stava nascendo. Sul Ceneri, "quasi un confine psicologico per ogni ticinese", fa notare. Poi un "ponte" dal lago di Lugano al lago di Como, "passando attraverso la ramina come moderni contrabbandieri per capire che non esiste solo un confine geografico". Ogni ragazzo ha curato un aspetto di questa esplorazione. C’è chi ha fatto foto, chi scritto testi, chi catturato con la cinepresa il territorio attraversato. "Questo per far capire che lo spazio in cui viviamo, dove ci spostiamo, dove siamo cresciuti, non è solo verde e cemento, piante e sezioni, ma anche storia, letteratura, arte e memoria di un luogo. Dobbiamo cambiare il nostro approccio, il nostro modo di rapportarci alla realtà dove viviamo per osservarla in maniera diversa da quella quotidiana".
A novembre uscirà il suo nuovo libro, una fiaba per bambini dopo quella del 2013 "Il mio amico Asdrubale", con illustrazioni di Valeria Petrone. "E presto spero anche di ritornare a Mendrisio. Perché è stata davvero una bella esperienza, mi ha costretto a confrontarmi con un pregiudizio. Tutti abbiamo pregiudizi, sui ticinesi. Personalmente avevo un’idea strana di chi viveva dentro le case dove spesso sventola la bandiera rossocrociata. Poi ho capito che era un modo di marcare una differenza, di dire: guardate che anche se parliamo italiano, siamo un popolo diverso, con una nostra storia e una nostra identità".
24.09.2017


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