Mussie Zerai
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'Il mio telefono?
Ancora per disperati'
FRANCESCO ANFOSSI


Don Mussie Zerai è una sorta di angelo dei migranti. Vive tra Roma e la Svizzera: con la sua associazione Habeshia si occupa di assistere e dar voce a chi scappa dal Corno d’Africa: richiedenti asilo, rifugiati, beneficiari di protezione umanitaria. Questo sacerdote scalabriniano,cappellano della comunità eritrea svizzera, da anni impegnato nel prestare soccorso ai migranti diretti verso l’Europa, è stato tra i candidati al Nobel della pace. Il suo numero di telefono è stato un’ancora di salvezza, "un gancio in mezzo al cielo" per chi si imbarcava sulle carrette del mare: quando le imbarcazioni andavano in avaria o stavano per affondare, spesso chiamavano il sacerdote per chiedere il soccorso della Marina e della Guardia Costiera. In tanti hanno quel numero, come fosse un giubbotto di salvataggio. "Per me - dice con la solita voce calma e pacata - il mio impegno in questi anni è stato soprattutto per la giustizia e i diritti umani, perché come è noto non ci può essere pace senza giustizia e diritti. In questo senso il premio Nobel  sarebbe stato un incoraggiamento per me,  ma anche un riconoscimento a tutti quelli che sono morti in mare cercando giustizia, una vita dignitosa e anche protezione da chi li perseguitava nella loro patria".
Inserito da Time tra le personalità più influenti del 2016, don Zerai è finito sotto accusa per aver favorito l’immigrazione clandestina,  ma non ha mai smesso di aiutare chi chiama al suo cellulare per chiedere aiuto e per denunciare le condizioni disumane in cui sono costretti i migranti in Libia in attesa (spesso vana) di imbarcarsi per l’Europa. "Quando ricevo un Sos chiamo immediatamente la Guardia Costiera italiana e quella maltese - dice -. Subito dopo, su loro richiesta, scrivo una mail dando tutte le informazioni di cui sono in possesso". Lo chiamano dalle carrette del mare, dai lager libici, dalle carceri egiziane o dai camion arroventati e stipati fin all’inverosimile e lui risponde. "A volte, in sottofondo, sento urlare, sento pianti a dirotto e invocazioni", racconta.
Padre Mussie arrivò a Roma a 16 anni come richiedente l’asilo. Poi la vocazione di sacerdote e la scelta di mettersi al servizio di chi inseguiva il suo stesso sogno. Nel 2003 arriva una telefonata che gli cambia la vita: proviene da un’imbarcazione alla deriva nel Mediterraneo. Sarà la prima di una lunga serie da persone bloccate lungo le rotte verso l’Europa. Per risolvere l’emergenza migranti e controllare i flussi ha idee molto chiare. È l’approccio, dice, che è sbagliato: "Di fronte agli sbarchi che approdano sulle coste italiane si preferisce continuare a gestire l’emergenza, invece che affrontare le cause strutturali - afferma -. Si ragiona sempre e solo di ordine pubblico e sicurezza, invece di parlare di diritti ed economia, di progetti di cooperazione e sviluppo per l’intera Africa. Perché non ci chiediamo chi sostiene la dittatura in Eritrea o chi permette a multinazionali di affittare centinaia di chilometri quadrati di terre nei Paesi poveri per produrre biomasse per fare energia invece che cibo? Quanti sanno che l’Eritrea è una dittatura chiusa, che non ha mai fatto elezioni, non ha una Costituzione e nega tutte le libertà fondamentali? Quanti sanno che ogni mese 4 mila giovani lasciano il Paese per evitare il servizio militare, che in quel Paese è illimitato, a vita?".
Don Zerai non smette di mettere a punto progetti per il futuro. "Ne ho tantissimi - conferma -. Il mio sogno è quello di creare borse di studio per i immigrati per aiutarli a stare il più vicino possibile a casa loro, in Africa (in piccolo lo sto già facendo), sperando che la situazione migliori. Vorrei aprire in Etiopia una scuola agraria per creare professionisti in grado di sviluppare le risorse e dare un futuro ai nostri giovani".
03.12.2017


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