Pierbattista Pizzaballa
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"L'indignazione serve
a combattere il male"
GIUSEPPE ZOIS


Dopo 25 anni nel Medio Oriente, dove s’era subito distinto per la capacità di mediazione e l’equilibrio, Pierbattista Pizzaballa, a soli 50 anni si è ritrovato con la nomina ad arcivescovo e un biglietto aereo di ritorno a Gerusalemme. Papa Francesco lo ha voluto amministratore apostolico di questa diocesi, con cattedra in una città che è crocevia di storia, religioni, popoli, appartenenze, sensibilità. Pizzaballa ha una granitica certezza: "I rapporti si costruiscono con l’autorevolezza, non con il dominio, neppure nel campo spirituale". Del resto non è un caso se a 38 anni - oggi ne ha 52 - si era già ritrovato con la pesante responsabilità di Custode di Terra Santa, alla guida dell’estesa ed eterogenea Provincia francescana. Ostinato seminatore di speranza e di ottimismo, traghettatore di una Chiesa non più solo araba, Pizzaballa è realista: "Sì, oggi è ancora più difficile vedere una luce, anche tenue, in fondo al tunnel. Il virus del fondamentalismo ci ha messo anni e generazioni per crescere, espandersi e radicalizzarsi: non sparirà a comando. Una generazione rovinata da questa impronta, così fortemente negativa, non si dissolve di colpo, all’improvviso. Non è perché il principe ereditario dell’Arabia Saudita ha deciso di aprire l’Islam che questo diventerà in automatico più moderno".
Un muraglione alto, lungo e cupo, voluto da Tel Aviv, divide in due la terra di Dio, Israele dalla Palestina: "Il muro è un po’ l’immagine di quel che avviene qui nei rapporti umani. Noi però dobbiamo imporci di continuare a costruire ponti. Li faremo un po’ più alti e passeremo sopra questo muro. Non possiamo rassegnarci a logiche divisorie, in conseguenza delle quali alcuni esistono e altri no. Ecco la sfida che attende gli uomini di buona volontà: studiare gli altri, metterli nelle nostre  prospettive. Dobbiamo promuovere tutto ciò che unisce; dobbiamo combattere la povertà e l’ingiustizia, offrendo una testimonianza continua e coerente di misericordia". Se si domanda al vescovo di Gerusalemme che cosa possono fare l’Occidente e i cristiani d’Europa per aiutare i cristiani d’Israele e del Medio Oriente, lui non lascia finire la frase: "Credo che l’Europa debba aiutare i cristiani, ma non solo i cristiani, favorendo lo sviluppo complessivo di questi popoli, sostenendoli nella ricostruzione, a partire dal fondamentale riconoscimento dei diritti umani. Sul piano internazionale la sensibilizzazione delle coscienze è andata avanti, ma a livello di istituzioni politiche, ben poco. Purtroppo quello che si vede oggi è il contrario di ciò che si vorrebbe. Guai però se cedessimo alla tentazione dello sconforto. La nostra prima speranza è Cristo risorto, la nostra liberazione è data dalla lapide rovesciata del sepolcro. Quando hai qualcosa di grande dentro, sai che la realizzerai nel tempo". Qualche volta si è tentati, però, anche dall’indignazione per come vanno le cose: "Certo, di fronte al male non puoi fare discorsi imbottiti di slogan e parole generiche: ti devi indignare. Si tratta però di uno stato d’animo che non deve germinare rabbia, ma determinazione a fare. Il nostro peccato più devastante è la disperazione, l’ideologia. La disperazione significa che tu non hai più voglia di fare, sei un disfattista, portato a veder male ovunque e contribuisci a distruggere invece di unire. L’ideologia ti allontana da una visione di fede, perché è al servizio solo di qualcosa di umano che ti abbassa e restringe l’orizzonte invece di allargarlo. La pace esige di essere uniti, non ci si salva da soli".
È avvolto di fiducia nel futuro l’augurio natalizio di Pizzaballa per i lettori del Caffè: "Dio s’è fatto piccolo. Non abbiamo paura di farci piccoli a nostra volta. Piccolo non significa soltanto minoranza: piccolo è anche il seme di senape, che poi diventa una grande pianta. Proviamo ad accogliere questa piccolezza come un dono grande, coscienti di avere dentro il nostro cuore qualcosa di immenso".
17.12.2017


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