Franco Ambrosetti
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"Musica e industria
impongono creatività"


Se la vita di Franco Ambrosetti fosse riassunta in uno spartito musicale, ovviamente punteggiato da note jazz, probabilmente ci si ritroverebbe di fronte ad un faldone piuttosto voluminoso. Con molti fogli sparsi, ma anche con due fili conduttori estremamente ben delineati. Quello della carriera di trombettista di fama internazionale e quello di industriale di successo. Due mondi tanto diversi da essere, in realtà, molto più vicini di quanto non si possa pensare. "Sono due facce di una stessa medaglia - racconta Ambrosetti al Caffè -, anche se il dilemma della scelta c’è sempre stato. Fin dagli anni del collegio Papio, figurarsi negli anni successivi, quando i premi musicali hanno iniziato a mescolarsi alle offerte per le borse di studio per le università americane…". Suonare o studiare? Il dilemma di Ambrosetti si sarebbe comunque sciolto abbastanza rapidamente. "Alla fine ho scelto di fare entrambe le cose, anche perché papà era un industriale, ma allo stesso tempo un apprezzato sassofonista".
Diviso tra economia e jazz, quindi, per Ambrosetti inizia un lungo percorso che lo porterà a suonare nei club più prestigiosi del mondo accanto ad alcune delle leggende delle sette note, ma anche a dirigere un’azienda che conterà fino a 600 operai. "Tutti i giorni andavo in fabbrica e conoscevo tutti gli operai per nome. L’attività della mia famiglia mi ha consentito di seguire anche il mio ‘istinto’ musicale - ricorda Ambrosetti -. La fabbrica c’era e quindi con misura ho potuto ritagliarmi anche il mio spazio artistico continuando a seguire l’attività di famiglia. Anche perché, spesso, si suona durante il week end. Quando nasci con un talento artistico per cui non hai nessun merito, puoi abbinare qualsiasi altro mestiere, a condizione di avere la giusta formazione. Del resto, anche suonare la tromba, talento o non talento, richiede esercizio quotidiano. Come tutti gli ottoni. Almeno un’oretta al giorno". Pur con una carriera appagante, Ambrosetti ha un sogno nel cassetto non realizzato. "Mi sarebbe piaciuto affrontare la carriera diplomatica - dice -. Dopo gli studi ci ho pensato, perché la Confederazione cercava anche italofoni. Con il senno di poi, avrei dovuto rinunciare a molte emozioni… Non credo che da ambasciatore svizzero mi sarebbe stato concesso suonare al Blue Note di New York". Il collegamento tra l’industria e la musica, Ambrosetti lo vede soprattutto nella creatività necessaria ad affrontare con successo entrambe le vie. E anche nel fatto di poter osservare il mondo da due prospettive diverse. "Quando dirigi un’azienda, sei tu che comandi, che prendi le decisioni - afferma -. Quando suoni in un’orchestra, invece, spesso gli ordini ti tocca prenderli. E accettarli. In tournée mi è capitato negli anni Sessanta di suonare per due soldi, di dormire in una topaia. E mi è stato utile nella vita. Perché non ho visto il lavoro solo dal profilo del dirigente".
Tornando alla grande passione di Ambrosetti per la musica jazz, sorprende un po’ scoprire che il suo primo ricordo musicale è legato a sua madre e non al padre Flavio, noto sassofonista. "Mia madre è nata in una famiglia nobile romana e ha sposato mio padre quando aveva 21 anni. Papà in quegli anni, era il 1941, suonava a Zurigo e mia mamma imparò a suonare la batteria. Mica facile  a quell’epoca per una ragazza dell’aristocrazia romana esibirsi in un jazz club! Il mio primo ricordo musicale è quindi quello di mia madre che si esercita alla batteria in casa a Zurigo, dove siamo rimasti fino al 1945".
Dall’isola di Paros, dove vive, in Grecia, Ambrosetti non perde comunque l’occhio critico nei confronti del Ticino. "Il clima politico fatto di inimicizie  e attacchi personali mi ha disgustato. Mentre l’economia svizzera molto vicina al rigore e alla serietà nordica, alla politica in Ticino questo rigore manca. Manca parecchio", conclude.

r.c.
04.02.2018


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