Andrea Pagani
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"Davanti alla verità
il magistrato è solo"
MAURO SPIGNESI


Le immagini del momento forse più difficile della sua carriera certe notti gli scorrono ancora davanti. "C’era un bambino in fin di vita. E non si capiva chi l’avesse ridotto così. Alla fine dell’interrogatorio, ricordo che era quasi mezzanotte, ho dovuto arrestare i genitori. È stato un dramma nel dramma. In quei momenti devi essere freddo, perché sei un uomo di Stato e hai il dovere di applicare la legge, di cercare la verità, ma dentro di te provi un groviglio di emozioni e, soprattutto, ti senti profondamente solo con la tua coscienza". E la solitudine Andrea Pagani, 47 anni, sposato e senza figli, appena eletto procuratore generale dal Gran Consiglio in sostituzione di John Noseda, l’ha sentita anche in queste settimane di polemiche politiche. "Il periodo che va da maggio dell’anno scorso, quando ho presentato la candidatura, sino a metà febbraio, è stato piuttosto logorante. Ho deciso di candidarmi - racconta - dopo le sollecitazioni ricevute all’interno dell’ufficio, l’incoraggiamento di alcuni avvocati e magistrati di altri ordini. Siccome ero il più giovane della rosa in corsa avevo inizialmente una sorta di timore reverenziale nei confronti di colleghi più anziani. Alla fine ho pensato di provare, tanto mi sarebbe costato - lo dico con una battuta - sei franchi di raccomandata".
Pagani, che ha trascorso 15 anni lontano dai riflettori, in questi mesi si è sentito sotto una lente d’ingrandimento. "Ma ho cercato di lavorare tranquillamente dando il meglio". Un breve praticantato come legale e poi la decisione di passare dall’altra parte della barricata. "Sì, perché da avvocato non mi sentivo a mio agio. Mi piaceva molto cercare la verità degli atti, e in quegli anni la magistratura stava cambiando, era stata introdotta la figura del sostituto procuratore. Avevo 32 anni quando sono entrato al Ministero pubblico". Prima a seguire reati di polizia, poi quelli finanziari. "All’inizio come in tutte le professioni non è facile, sono stato in ufficio da mattina a sera per imparare bene il mestiere. Anche quando ti senti sicuro basta un dettaglio e tutto cambia. Ricordo il caso di un imputato reo confesso di omicidio intenzionale. Era un processo chiuso, si trattava solo di stabilire la pena. Una volta in aula l’uomo ha ritrattato, ammettendo la sua responsabilità ma sostenendo davanti al giudice che non voleva uccidere, che si trattava di omicidio colposo. In quei casi ti viene un colpo allo stomaco. Devi restare freddo, se ci credi devi riuscire a dimostrare che la prima versione dell’imputato è quella vera. Alla fine andò bene. Ma in aula il senso di solitudine che prova il magistrato è totale".
Oggi per molti avvocati la magistratura è meno attrattiva. "No, non è così. Certo, bisogna saper reggere lo stress, conviverci. Ma negli ultimi tempi chi è andato via lo ha fatto perché probabilmente si è reso conto che non era nel posto giusto. Il nostro salario, poi, è super decoroso. Diverso il discorso di chi ha lasciato 15 anni fa, anni d’oro dell’economia, richiamato dalla professione di legale più remunerativa".  
Come sarà la giornata del primo luglio, quando diventerà ufficialmente procuratore generale? "Vorrei fare squadra, riorganizzare il lavoro. Abbiamo davanti la sfida della piattaforma informatica per lo scambio interno di informazioni che è molto importante. Vorrei rinnovare, mettere insieme l’Equipe finanziaria del Ministero pubblico (Efin) e la Sezione reati economici della Polizia cantonale (Ref). Truffe, raggiri, malversazioni, sono un emergenza e avvengono in maniera sempre più raffinata. Per ripercorrere la strada dei soldi devi spingerti lontano. E le rogatorie vanno bene in Europa, ma se ti sposti altrove sono guai. Ne ricordo una con Dubai. Inviai la richiesta in inglese, mi risposero che la volevano in arabo. Trovai un traduttore e poi la firmai fidandomi di lui con un briciolo di timore: non potevo verificare cosa avesse davvero scritto". mspignesi@caffe.ch
25.02.2018


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