Mario Biondi
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"Il rischio di non piacere
non mi spaventa certo"
PATRIZIA GUENZI


al brigante dal cuore tenero Uncino al cattivissimo pappagallo Miguel nel film Rio. Mario Biondi, cantante, compositore e arrangiatore siciliano, ha anche prestato la sua voce ad alcuni personaggi dei film d’animazione. Ma Mario Biondi, è soprattutto un timbro. Non per niente è stato accostato a quello dei grandi della musica soul, come il celebre Barry White. Tra i suoi ispiratori, anche Isaac Hayes, Al Jarreau e Lou Rawls. E tra i suoi sogni, un duetto con Zucchero, che assieme a Pino Daniele l’aveva convinto che un certo tipo di musica all’italiana era possibile. E l’ha dimostrato. Oggi Mario Biondi, 47 anni, voce calda, profonda e sensuale, vanta una carriera internazionale e rappresenta una delle nuove sonorità italiane legate al mondo del soul e del jazz, ammiccanti al pop d’autore. Venerdì scorso è uscito in radio "I wanna be free", nuovo brano con i Quintorigo. Il prossimo 24 novembre sarà al Palazzetto Fevi di Locarno con il suo "Mario Biondi Tour 2018", prodotto e organizzato da F&P Group. Ad accompagnarlo, la sua storica band, sei musicisti. "Con loro siamo un po’ dei marziani nell’era della musica prefabbricata - dice al Caffè -. Andiamo sul palco ‘nudi e crudi’, perché adoriamo l’adrenalina di essere davanti a un pubblico così come siamo, senza rete".
E nudo e crudo Mario Biondi lo è sempre, anche via dal palco. "Mi piace rischiare, sbagliare, correre il rischio di non piacere non mi spaventa - dice -. Solo così il contatto è genuino, vero, altrimenti è qualcosa di artefatto, di finto. Ma so anche scendere a compromessi. Non sono rigido, autoritario, assolutista. I compromessi sono fondamentali, nella vita. Penso di avere una sufficiente empatia per entrare in relazione con gli altri, per capire cosa vogliono e se sono pronto a concederglielo".
Catanese di nascita e per indole, forse è proprio questo ad aver fatto la differenza. "Ho sempre pensato che la Sicilia rappresenti una sorta di ying e yang, eccellenza e mediocrità. Diciamo che siamo un buon mix, nel bene e nel male. L’importante è avere una tua identità, definita e unica, essere te stesso, trovare il tuo equilibrio, avere passione". E tenacia. Ha studiato duro, soprattutto per perfezionare il suo inglese. "Da italiani non si può essere credibili cantando in inglese", mi dicevano sempre. E invece...
Tante e diversissime le esperienze che hanno contribuito a formare il grande artista di oggi: dai cori in chiesa ai turni nelle sale di registrazione per etichette di nicchia, ma anche molto impegno e dedizione. Otto figli, una famiglia allargata - della sua vita privata si sa pochissimo, è molto riservato e nonostante la fama mondiale non è mai stato protagonista delle cronache rosa - Mario Biondi non si sa come ma riesce a trovare tempo per la sua creatività. "Beh, sfrutto i momenti vuoti, anche se sono pochi e anche lì non sempre riesco a stare da solo - spiega -. Succede nei viaggi, sono i momenti in cui scrivo dei testi o mi vengono in mente delle melodie".
Appassionato di musica soul, dal 1988 apre alcuni concerti di interpreti ed autori del panorama internazionale, primo tra tutti Ray Charles. Ma il salto lo fa con la pubblicazione in Giappone del singolo "This is what you are", che rimbalza sulla consolle di Norman Jay. Il celebre dj della BBC1 si innamora del pezzo e lo rilancia per tutta Europa. Il primo album di Biondi esce nel 2006, "Handful of Soul", un esordio di successo, con ben 4 dischi di platino in pochi mesi. Da lì è un susseguirsi di progetti, singoli e album, tour e partecipazioni a prestigiosi Festival Jazz europei. Un modo di fare musica, il suo, in cui tutto, in studio e in concerto, è suonato davvero, senza trucchi tecnologici. "Ecco perché ho parlato di marziani. In concerto, sempre più spesso, si sentono controvoci preregistrate, effetti miracolosi e programmi che ti ‘aggiustano’ la voce mentre canti. Degli intonatori, in sostanza. No, non fanno per me. Ripeto, a me piace rischiare".

pguenzi@caffe.ch
11.11.2018


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