Andrea Fazioli
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"Scrivere è gettare
un ponte verso l'altro"
ANDREA BERTAGNI


no scrittore non dovrebbe avere difficoltà a srotolare storie, dipingere sentimenti, creare personaggi, inventare colpi di scena. In una parola: scrivere. Andrea Fazioli, scrittore bellinzonese di 41 anni, questo problema non ce l’ha. Come potrebbe? Ha alle spalle dieci romanzi e numerosi racconti. Inoltre, solo l’anno scorso ha pubblicato due libri: "Succede sempre qualcosa" e "Gli svizzeri muoiono felici". Eppure... "Eppure sono sempre alla ricerca delle parole giuste", afferma.
Infilare una frase dopo l’altra è un cammino. Una ricerca. Che per Fazioli vuol dire colmare un fossato. Quale? "Quello che sento tra me e gli altri fin da bambino, quando a ricreazione me ne stavo da solo, trasognato, invece di giocare con i miei coetanei". Le parole giuste, quasi un cruccio. "Ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi con le persone - spiega Fazioli - anche oggi ho la sensazione di avvertire una distanza tra me e gli altri: così cerco di capirmi e capire, scrivendo. Se non lo facessi, sarei ancora più inquieto". La scrittura per dialogare con se stessi e con il mondo, dunque. Una strada che per Fazioli ha coinciso soprattutto con il giallo. "Ho sempre amato questo genere, già alle medie e al liceo scrivevo racconti polizieschi e il motivo è che il tema della morte e quello della giustizia mi hanno sempre affascinato".
Cercare parole per trovare risposte. Avvicinarsi il più possibile alle domande giuste. È questo il senso dello scrivere? "Con il giallo si mescolano senz’altro molte cose: c’è sicuramente un gioco con il lettore, ma ci sono anche interrogativi molto meno ludici, come il confine tra il bene e il male, la cui distinzione dicono non sia così evidente e come la morte influisce su di noi, come riusciamo a gestirla: sì, si può dire che la scrittura è un modo per lavorare su queste domande".
Una ricerca famelica, verrebbe da dire. Mai fine a se stessa ma tesa a conoscersi e a conoscere gli altri. Con l’obiettivo di stabilire un dialogo diretto tra anime. "Sono credente - afferma lo scrittore - ma esserlo non risolve un bel niente, anzi. Credere non significa avere un vademecum, ti porta ad altre domande: sul male, sull’odio, sulle discriminazioni. Io esprimo la mia spiritualità scrivendo di fatti concreti, non mi piacciono i toni moralistici". Sarà anche per questo che con l’ultimo libro "Succede sempre qualcosa", Fazioli sembra aver fatto un altro salto. Dentro se stesso. E dunque anche verso gli altri. Abbandonato il canovaccio di genere, l’autore ha dato alle stampe una raccolta di racconti a lunghi tratti intimisitici. Introspettivi. Sì, spirituali. "In effetti, parlano di me in maniera più diretta: le panchine, le visite a Zurigo che pubblico sul mio blog andreafazioli.ch, rappresentano sicuramente una sfida per me, perché mi metto più a nudo, mi mostro di più, esco più io, non ci sono personaggi o commissari".
Scrivere come camminare, dunque. Un passo dopo l’altro verso una maggiore consapevolezza. "Non saprei, forse prima non avevo le parole giuste. Oggi sto facendo sicuramente un percorso alla ricerca di una voce, che probabilmente si può solo fare con il tempo, esercitandosi e cercando di migliorare: nel mio caso è sicuramente così".
La voce dello scrittore si fa ancora più calda. E il motivo è che va indietro con i ricordi. Sempre all’infanzia. "Con la scrittura, intesa come atto di scrivere, ho sempre avuto un rapporto difficile: sono mancino, alle elementari ricordo che scarabocchiavo da destra a sinistra e per tanti anni non ho usato la penna stilografica". Parodosso dei paradossi, oggi Fazioli non usa sempre il computer. "Proprio alcuni mesi fa ho comprato una stilografica e per la preparazione e lo studio dei progetti faccio tutto a penna. Come il quadernetto degli appunti: me lo porto sempre dietro". Quando si tratta di mettere le mani sul romanzo il discorso è però diverso. "Ho bisogno di tempo, silenzio, regolarità e la tastiera diventa irrinunciabile".

abertagni@caffe.ch
24.02.2019


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