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Carlo Chatrian
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"Scopo del cinema
è colpire il pubblico"
STEFANO VASTANO DA BERLINO


Incontriamo Carlo Chatrian in un piccolo bar in una stradina di Kreuzberg, il cuore alternativo di Berlino.  Il nuovo direttore artistico della Berlinale, giunta alla 70° edizione, si sente a suo agio nella effervescente metropoli tedesca. "Una città multiforme - dice Chatrian - che cambia a seconda dei quartieri e con un’aria così rilassata". Per lui che viene da un paesino della Val d’Aosta, e che per cinque anni ha diretto il Festival del cinema a Locarno, fa un certo effetto la camaleontica Berlino. "A Locarno il festival è vissuto, oltre che dai cittadini, da turisti e specialisti che vengono dalla Svizzera o Nord Italia".
A Berlino, durante i 10 giorni del festival (sino al 1 marzo) vedi gente in lunghe file per un biglietto. "È un festival di pubblico, vissuto intensamente. E per me è una sfida". Dieter Kosslick, per 18 anni direttore, aveva strutturato questo festival come una galassia di eventi e programmi. E Chatrian, al vertice insieme a Mariette Rissenbeek, ora sta testando "cosa cambiare in questa grande macchina-Berlinale", come la chiama lui (due sezioni, quelle più tematiche del "Kulinarisches Kino", e "Native", sui film delle comunità indigene, le ha depennate). Per un curatore come lui l’essenza più vera del cinema è "sollevare questioni, suscitare emozioni, colpire il pubblico sia in positivo che negativo".
Insomma, non si va al cinema solo per trascorrere 90 minuti "ma per vedere un film che ti lasci qualcosa dentro - puntualizza -. Irradiés, ad esempio, film in concorso di Rithy Panh ‘colpirà’ di sicuro visto che è un film sulle radiazioni e distruzioni simboliche di ogni guerra". Non a caso, accanto alla competition con 18 film per l’Orso d’oro, Chatrian da quest’anno fa partire "Encounters", sezione con 15 film dedicata, spiega, a registi che fanno saltare i classici schemi. La rottura di schemi non è solo un modo di dire, ma la realtà del cinema nel passaggio dall’analogico al digitale: una rivoluzione tecnologica "che spesso consente ai registi, più liberi da questioni di budget, di fare opere più fresche raccontando la realtà in modo diverso".
Il Digitale quindi di per sé non è diabolico, ma uno strumento in più e non la morte del cinema. E i film in concorso per l’Orso? "Sono contento che dei registi importanti siano quest’anno tornati a Berlino. Abel Ferrara, con Siberia, Tsai Ming-Liang con Days. E Sally Potter che torna con un film quasi alla Joyce e attori come Javier Bardem e Salma Hayek". Ma insieme ai Big già famosi, Chatrian ha miscelato voci nuove e con più voglia di sperimentare. Come il film argentino El prófugo, un triller al femminile. O Todos os mortos, in cui Caetano Gotardo e Marco Dutra raccontano del Brasile dopo la liberazione della schiavitù. O Schwesterlein delle registe svizzere Stéphanie Chaut e Véronique Reymond ambientato a Berlino.
Naturalmente, da italiano, Chatrian è stato cauto nel selezionare i "made in Italy". Oltre a Ferrara, saranno le Favolacce di Damiano e Fabio d’Innocenzo - i più giovani del concorso - a stupire i berlinesi "con il loro progetto così ambizioso - spiega Chatrian - di tracciare un quadro della frattura fra generazioni in una periferia romana". Poi Volevo nascondermi, la storia del pittore Ligabue di Giorgio Diritti. Premiere internazionale infine a Berlino per Pinocchio di Matteo Garrone, con Roberto Benigni nei panni di Geppetto. "Mi pare indubbio che il cinema italiano viva una stagione molto ricca, con una nuova generazione di registi originali e che parlano anche oltre i confini nazionali". In fase di transizione il nuovo cinema tedesco, i cui più giovani registi ancora non si impongono a livello internazionale.
23.02.2020


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