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La necessità di un rapporto fra cittadini e impresa
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Quell'"economia sociale"
da difendere e accudire
LILLO ALAIMO


Alla fine, lo dicono tutti, si dovrà ridefinire lo Stato sociale. Bisognerà rivedere cioè gli intrecci fra l’anello produttivo, quello del welfare, le istanze democratiche dei cittadini e la politica, a capotavola per poter dettare le regole.
I modelli economici tradizionali  sono stati scossi. E forse mai come ora in questi decenni, l’impresa è stata messa dinanzi all’obbligo di una profonda revisione. C’è un’“economia sociale” da difendere e da accudire, prerogativa (non meno del profitto) per poter crescere e svilupparsi. Se ne parla qui, qualche pagina più avanti.
La salute, la qualità della vita dei cittadini-lavoratori, oggi è un tema centrale e ineludibile. Un vero e proprio problema sociale e non qualcosa da destinare al tavolo delle trattative spigolose fra sindacati e parte padronale.
La "società della cura" la definisce così Christian Marazzi, economista che quarant’anni fa fece il primo dettagliato studio sulla povertà in questa regione. La "società della cura", spiega in un’intervista al Caffè (a pagina 3), non è che un modello economico dove la centralità della salute e del benessere produrrà nuovi bisogni, ma anche opportunità di lavoro e di impresa.
Dunque... ci troveremo dinanzi a nuove priorità, nuovi contesti. Un nuovo intreccio tra profitto, Stato sociale e democrazia (cioè a dire politica e istanze democratiche). Una rinnovata tela di fondo - sulla quale si proietteranno le immagini della nostra "rinnovata normalità" - con valori produttivi e sociali riveduti e corretti.
Anche il tempo di lavoro assumerà (dovrà assumere) un nuovo peso. Sarà declinato tenendo conto di quanto ci ha insegnato l’esperienza forzata del "lavoro a distanza e agile". Lo "Smart working" ci ha fatto e fa distinguere tra il lavoro degli individui e il tempo di utilizzo (sì, proprio nel senso dell’utilità) degli uffici, dei macchinari, degli attrezzi. Lo "Smart working" di questi mesi ha fatto scoprire quanto la produttività possa crescere e sia cresciuta. E può e deve far riflettere su quanto e come il lavoro possa essere distribuito su più persone e con perimetri temporali diversi.
È l’occasione per cambiare quadri normativi, regole, leggi. Per limare quante più disuguaglianze possibili nei modelli economici di sviluppo (e quindi di lavoro) che oggi esistono. Pur zoppicanti.
Le opportunità di lavoro e di impresa (di cui parla Marazzi in riferimento alla "società della cura") dovranno procedere di pari passo con la ridefinizione dei parametri dei diritti e dei doveri, della protezione della salute dei cittadini-lavoratori. Dovranno nascere altre paratie per evitare esclusioni dal mondo del lavoro e, inevitabile conseguenza, dalla società.
Il virus ci ha livellati, è vero, ma solo per quel che riguarda la nostra cagionevole salute. Tutti uguali, sì, ma le fragilità sociali, le diseguaglianze si sono accentuate. Si accentueranno.
Oggi il 50% dei salariati ticinesi lavora a "orario ridotto". Incassa meno cioè. Ha un reddito inferiore di circa un quarto rispetto al passato. Le conseguenze di questo impoverimento non tarderanno a farsi sentire pesantemente.
Sarà recessione? O depressione dai tempi lunghi e dalle ferite profonde?
Gli aiuti di queste prime settimane non saranno certo sufficienti per rimettersi in moto ai tempi di prima. Cosa farà la politica per evitare aggravi fiscali e tasse patrimoniali? Saranno accorciate e di quanto le "stampelle sociali"? E quanto riuscirà a mutare il "sistema lavoro"? Abbastanza profondamente da smussare gli spigoli più dolorosi dei modelli oggi dimostratisi più fragili?
Ora spetta alla Nuova politica, alla Nuova impresa, al Nuovo sistema bancario (in Svizzera le banche hanno avuto un importante ruolo in questa fase di ripresa) governare con fermezza quella trasformazione a cui il virus ha costretto ogni società organizzata. Ma il denaro non sarà mai abbastanza se non verrà accompagnato dalla volontà di trasformare ciò che di sbagliato c’era. Ed evidentemente qualcosa doveva pur esserci di sbagliato se un virus ha provocato questo "pandemonio".
alaimo@caffe.ch
23.05.2020


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