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L'analisi
L'illusione dei post
ma la gente vuole fatti
CHANTAL TAUXE


Matteo Salvini è una sorta di rompi-ghiaccio nell’uso dei social network. Il leader della Lega ha più follower degli altri politici europei e ha appena iniziato a utilizzare TikTok per diffondere i suoi messaggi tra i giovani. Un’innovazione mal percepita dagli utilizzatori dell’applicazione che si sono ribellati alla sua presenza. È la dura legge dei social: nell’illusione di connettere tutto il mondo al mondo, creano dei bulli, dei cretini, e non tutti sono i benvenuti in questo tipo di spazio protetto.
In Italia come altrove, i social network offrono ai politici il piacere velenoso di credere che possono fare a meno dei media e dei giornalisti per parlare direttamente al pubblico senza filtri e contraddittorio. I primi effetti di questa strategia danno loro ragione: la Brexit ha trovato una maggioranza proprio come Donald Trump, il twittatore più frenetico della nostra epoca. Peccato che la storia non sia mai definitivamente scritta ma continua. Le manipolazioni dietro a questi successi sono ormai conosciute. Esistono vere fabbriche di propaganda che vendono i loro servizi a scopo di lucro o per destabilizzare un Paese.
Ora, se c’è una cosa che ai cittadini non piace è essere manipolati e avere il sospetto che li si stia prendendo in giro. Sul lungo periodo, vogliono dei risultati concreti, convincenti. L’amplificazione delle belle parole e delle promesse prodotte dai social network non modificano questa finalità della democrazia: migliorare le condizioni di vita a un maggior numero di persone.
C’è un altro principio della democrazia che è vano voler eludere: il dibattito ha bisogno di contraddittorio, dunque di contraddittori. Coloro che credono di poter fare a meno dei giornalisti, contraddittori per professione, sono dei cattivi politici che temono di dover convincere, perché sanno che i loro argomenti sono deboli, le loro convinzioni poco supportate e che il loro unico motore è la sete di potere.
La contraddizione, per quanto fastidiosa, ha delle grandi virtù: obbliga a guardare le cose in prospettiva, a fare dei collegamenti, a dubitare e provare. Tutte qualità che sono mancate a Matteo Salvini l’estate scorsa. Immerso nella sua bolla, ha creduto di imporsi al governo. Sappiamo come è andata.
Con la sua democrazia diretta, la Svizzera sbaglierebbe a credere di essere immune alle derive dei social network. La sua leggendaria opacità nel finanziamento dei partiti la rende particolarmente vulnerabile alle manipolazioni. Ma le recenti elezioni federali hanno dimostrato una cosa: se l’uso dei social network per i nostri politici è diventato comune, sono le manifestazioni di strada a essere state determinanti nel portare alle urne un nuovo elettorato, più giovane, più femminista. La battaglia delle idee e la mobilitazione si sono espresse all’aria aperta, non soltanto dietro le tastiere. La politica resta un’arte del contatto e della realtà.
24.11.2019


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