La Casa Bianca nel vortice delle polemiche parlamentari
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Più che l'impeachment
"reset" del presidente
ALESSANDRA BALDINI


Gli allibratori puntano sull’impeachment: Ladbrokes, uno dei più grandi siti di scommesse al mondo, ha ridotto le quote su Donald Trump che lascia la Casa Bianca a 4/5 o il 55 per cento, vale a dire che invece dei 110 dollari di qualche giorno fa, una puntata di 100 dollari ne rende ora solo 80. Il presidente si difende con rabbia, come un animale ferito, ma la marea del dissenso cresce. Non solo tra i media, non solo i democratici, anche dentro il suo stesso partito, tra gli opinionisti di destra (la troika del New York Times, ma anche la feroce Ann Coulter), nei ranghi dell’amministrazione, perfino dentro la Casa Bianca.
La nomina di un veterano dell’Fbi come Robert Mueller per far luce sul Russiagate ha aperto un nuovo focolaio di infezione che si trascinerà per mesi, forse anni, e certo oltre l’appuntamento del 2018 con le elezioni di metà mandato. Mueller, che ha diretto il Bureau dal 2001 al 2013, è un uomo d’ordine con profondi legami bipartisan a Washington e a Trump è stato consigliato di prendersi un super avvocato. Lo stesso dovranno fare molti collaboratori. Il mandato di uno "special counsel" è sterminato: si sa dove parte ma non dove arriva.
Partito controvoglia per un viaggio di nove giorni che i suoi uomini sperano porti a un "reset" della presidenza, il tycoon ha reagito sdegnato alla nomina di Mueller. E in volo ha scoperto che, secondo i media,  sul  Russiagate  gli investigatori dell’Fbi vorrebbero ascoltare Jared Kushner, suo genero. Trump urla su Twitter alla caccia alle streghe "mai vista contro un politico", insulta i fedelissimi come "incapaci" e il suo statement ufficiale dice che spera "di chiudere la cosa presto". Difficilmente andrà così. La saga dei contatti del presidente con Mosca avanza con colpi di scena giornalieri. Se l’opposizione grida all’impeachment, il columnist più conservatore del Times, Ross Douthat, invoca il 25esimo emendamento della Costituzione. Un’ipotesa remota, al pari della messa in stato d’accusa da parte del Congresso (per riuscirci i democratici dovrebbero raccogliere manciate di voti repubblicani al Senato e alla Camera): l’ipotesi è che il vicepresidente Mike Pence e la maggioranza del Cabinet dichiarano il presidente incapace. A quel punto il Congresso dovrebbe votarne la rimozione, e il suo posto verrebbe preso da Pence.
Un’ipotesi che a molti avversari di Trump non fa particolarmente piacere: all’ex governatore dell’Indiana, sostenitore del Tea Party della prima ora che si autodefinisce, nell’ordine "cristiano, conservatore e repubblicano", molti liberal preferiscono un Trump "anatra zoppa" al quinto mese del suo mandato, incapace di fare avanzare la sua agenda: il bando all’immigrazione, il muro, l’abolizione di Obamacare. Con contraccolpi sulle agende delle elezioni di metà mandato nel 2018. Andò così a Clinton: ferito nel suo primo midterm perse la "tripletta" del controllo di Casa Bianca, Camera e Senato aprendo la strada all’affondo del magistrato indipendente Kenneth Starr che riuscì a portarlo a un filo dall’impeachment.
21.05.2017


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