Come il terrorismo allarga i confini della paura globale
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Gli imprevedibili
soldati del Califfo
GUIDO OLIMPIO


Il terrorismo ha colpito ovunque. Abbiamo avuto vittime in Australia, in Canada, a Parigi. Capitali e città importanti, come Manchester. Piccole località. I copti egiziani. Gli sciiti iracheni. È un’eversione diffusa, senza troppe gerarchie, che si affida spesso all’iniziativa del singolo oppure ad un gruppo ridotto di individui. Ecco perché il prossimo fendente potrebbe arrivare in qualsiasi punto del globo. Ma è evidente che vi sono aree più esposte.
Gli europei si trovano sulla linea del fronte, l’ultimo proclama dell’Isis esorta a nuove stragi durante il Ramadan. Francia, Belgio e Germania hanno problemi seri, sono sotto una minaccia costante. Situazione legata ad una serie di fattori. Un alto numero di jihadisti sia all’interno dei confini che nel Califfato. E alcuni ricoprono posizioni importanti nella struttura di comando che - ricordiamolo - è piuttosto flessibile e non rigida ma è in grado di attivare uomini e pescarne altri, magari a distanza, via web. Azione favorita dalle tensioni sociali, dalla presenza di quartieri problematici, dalla questione dell’immigrazione. Sono quelle fratture dove gli estremisti si infiltrano, spesso usando il flusso dei profughi. La "fotografia" ci mostra una realtà doppia: accanto all’elemento semplicemente ispirato e pronto alla violenza, ci sono strutture più organizzate. Solo il tempo dirà se prevarrà il primo scenario o vedremo, invece, repliche del massacro Bataclan. Non è diversa la situazione della Gran Bretagna, vittima fin dagli anni 2000 di diversi episodi. La strage al concerto non è purtroppo una sorpresa. C’erano le condizioni "ideali". Londra è da sempre il miglior alleato degli Usa e tanti dei suoi giovani, cittadini d’origine asiatica e mediorientale, hanno abbracciato prima il radicalismo, quindi la lotta armata. Salem Abedi è la sintesi: anglo-libico, con legami in Libia e in Siria, ritorna a casa per mettere in atto il suo piano.
Le misure di sicurezza adottate negli Stati più a rischio potrebbero spingere l’Isis - ma anche al Qaeda, sempre viva e determinata - a cercare altri sbocchi. Il terrorismo è anche una questione di opportunità, di varchi che si aprono. Il "quadrante" nord del Vecchio Continente (Olanda, Danimarca, Svezia, Lussemburgo) è già stato toccato dai criminali, eventi minori che rappresentano però un indizio di un magma pronto a esplodere. La Svizzera, dalla quale sono partiti una sessantina di "volontari", non è da meno. I controlli ai confini probabilmente sono un ostacolo. Parziale. Se sei cittadino è dura fermarti. L’Italia, invece, ricade in un quadro particolare. La sua posizione geografica e la facilità di recuperare documenti puliti l’hanno trasformata in uno snodo logistico. L’arrivo dei barconi dalla Libia rappresenta non solo un giro d’affari che un eventuale attentato metterebbe a rischio ma anche una rotta importante. La penisola è usata per entrare ed uscire: le indagini hanno mostrato come diversi membri Isis l’abbiano percorsa per raggiungere, via terra, Grecia, Turchia, Siria. Però non bisogna farsi illusioni: è sempre possibile che un "soldato del Califfato" risponda all’appello ad attaccare. Ossia qualcuno non organico al movimento, ma che uccide nel suo nome. Scenario che possiamo applicare alla Spagna, dove agiscono molti "pifferai magici" che spediscono uomini e donne a combattere. L’enclave africane di Ceuta e Melilla, la costa sud e la stessa Madrid sono tenute sotto osservazione. Da non sottovalutare la "spina" balcanica, con simpatizzanti albanesi e macedoni, talvolta con connessioni italiane.
Lo Stato islamico e i qaedisti potrebbero cercare di sfidare l’amministrazione Trump. Il nuovo presidente Usa sta blindando ulteriormente le frontiere, ha introdotto nuove misure per il trasporto aereo (bando di tablet-portatili su alcuni voli), ha promesso una lotta implacabile. La risposta dei nemici potrebbe arrivare da killer simili a quello di San Bernardino e Orlando, assassini in grado di fare danni.
28.05.2017


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