Analsi economico-politica di un anno di presidenza Usa
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La 'Trumponomics'
non ha alcun merito
LORETTA NAPOLEONI DA LONDRA


Nel terzo trimestre del 2017 l’economia americana è cresciuta del 3 per cento, decisamente più del previsto. Gli analisti scommettevano su un 2,7 per cento, anche perché le stime del Pil indicavano una crescita annualizzata del 2,6 per cento. Alcuni economisti avevano addirittura previsto un calo maggiore a causa dei danni provocati al Paese da due uragani consecutivi, ed invece non è stato così. La spesa dei consumatori è rimasta stabile, anzi, nelle zone colpite dal maltempo molti hanno riacquistato ciò che hanno perso, dalle macchine ai mobili.
In effetti la ricostruzione dopo un evento meteorologico estremo, come un uragano, può aiutare l’economia facendo salire la spesa dei consumi, che negli Stati Uniti assorbe circa il 70 per cento della produzione nazionale. E non è da escludere che nell’ultimo trimestre del 2017, la ricostruzione, specialmente nel settore edilizio, dia una spinta ulteriore alla crescita. Il Dipartimento del Commercio americano ha stimato che l’esborso monetario delle società di assicurazioni dovrebbe arrivare a 102 miliardi di dollari, soldi che verranno assorbiti dall’economia americana.
Anche il dollaro debole, che rende le merci americane più competitive all’estero e le importazioni più costose, ha contribuito a sostenere la crescita, le importazioni sono diminuite e le esportazioni sono aumentate.
Si sta verificando, insomma, ciò che Donald Trump aveva previsto, anche se non è certo la "Trumponomics" la causa della crescita sostenuta statunitense, ma la solidità dell’economia nazionale e la ripresa mondiale. In ogni caso è ancora presto per poter affermare che l’economia americana si è stabilizzata intorno ad un tasso di crescita del 3 per cento. Con molta probabilità chiuderà l’anno intorno al 2 per cento, non bisogna dimenticare che nel primo trimestre era cresciuta di appena 1,4 per cento.
Donald Trump sicuramente userà tutti gli indicatori positivi per far passare i tagli fiscali che ha annunciato:  riduzione delle tasse sulle società dal 35 al 20 per cento, equivalente a una contrazione del gettito fiscale di mille e cinquecento milioni di dollari. Secondo i repubblicani questo taglio farà salire il tasso di crescita dal 3 al 5 per cento perché porterà alla creazione di nuovi posti di lavoro. Un ottimismo che pochi economisti però condividono. L’economia americana è solida ma la ripresa sta avvenendo senza un’impennata dell’occupazione.
Altro elemento a favore di Donald Trump è la crescita del Dow Jones, 5.000 punti da quanto è stato eletto. La scorsa settimana, ha chiuso sopra 23.000 per la prima volta. Si tratta di un aumento del 30%, che beneficia direttamente i piani pensionistici di tutto il Paese. Per metterlo in termini di dollari, il mercato azionario totale degli Stati Uniti è aumentato di oltre 5mila miliardi di  dollari dal giorno delle elezioni.  Si tratta, naturalmente, di una crescita legata alle aspettative positive della finanza nei confronti della "Trumponomics" che è ancora troppo presto per giudicare.
Non è comunque detto che un’impennata dell’economia del 5 per cento sia necessariamente positiva. Una crescita molto sostenuta potrebbe far accelerare troppo un’economia già a bassa disoccupazione, anche se con una grossa percentuale di occupati part-time o a tempo determinato, in altre parole la crescita troppo alta potrebbe alimentare l’inflazione e quindi costringere la Riserva Federale ad aumentare rapidamente i tassi di interesse ed a tagliare le ali alla ripresa.
Per sostenere una crescita così veloce, molto dipenderà anche dalle prospettive di investimento aziendale, elemento fondamentale per aumentare la produttività dei lavoratori e sostenere robusti profitti di profitto aziendale. Trump, insomma, deve convincere i produttori che fa sul serio.
05.11.2017


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