Analisi geo-politica di un anno di presidenza Usa
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L'America si risveglia
e ora capisce l'errore
ALESSANDRA BALDINI DA NEW YORK


Drain the swamp, prosciuga la palude. Con questo slogan, e con Make America Great Again, Donald Trump 12 mesi fa conquistò la Casa Bianca. A un anno da quell’8 novembre fatale che per la prima volta nella storia elettorale americana ha messo la valigetta con i codici nucleari nelle mani di un magnate senza esperienza in politica gli Stati Uniti si risvegliano con la consapevolezza di aver fatto un brutto errore. Come Titania in "Sogno di una notte di mezza estate": la regina si è accorta che il suo amato bene è un asino.
Un anno fa "Mr. Apprentice" vinse grazie agli Stati Usa delle vecchie industrie, ai metalmeccanici blue collar che otto anni fa sperarono in Obama ma che poi hanno sterzato a destra credendo al miraggio di un altro cambiamento. Trump, a questi "Joe Six Pack", ha promesso la luna, ma quegli impegni non si sono concretizzati e i sondaggi di oggi raccontano un’altra storia. La popolarità del presidente  è in caduta libera. Solo il il 38% degli americani approva il lavoro finora svolto dal tycoon, mentre il 58% lo boccia. Il rating più basso mai registrato da un presidente Usa in epoca moderna nei primi nove mesi di mandato. Nello stesso periodo la popolarità di George W. Bush era all’88%, quella di Barack Obama al 51%, quella di Bill Clinton al 47%.
Questo, prima delle incriminazioni del procuratore speciale Robert Mueller III arrivate alla vigilia di Halloween. Uno scherzetto non da poco da parte dell’integerrimo ex capo dell’Fbi che, nei suoi sogni più segreti, Trump vorrebbe mettere alla porta. Non compito facile, anche perché, irriducibili a parte, il presidente più debole dell’ultimo secolo suscita dubbi e timori anche tra molti membri del suo partito timorosi per il midterm e perfino dentro la sua stessa amministrazione. Secondo il politologo Matt Glassman il sostegno che Donald Trump ha tra i repubblicani è "atroce", solo Andrew Jackson e John Tyler ne ricevettero meno durante il loro primo anno in carica.
"Se Trump avesse un indice di gradimento del 56%, fosse amato dalle sue elite, avesse abolito Obamacare e fatto approvare la riforma delle tasse sarebbe in buone condizioni per licenziare Mueller", ha spiegato Glassman. Le forze del trumpismo si dibattono sotto i colpi di Mueller. Al momento il tycoon ha resistito alle pressioni del suo ex stratega Steve Bannon di far subito fuori il superprocuratore, le cui incriminazioni potrebbero essere solo l’inizio. Paul Manafort, l’ex manager della campagna incriminato per corruzione e riciclaggio con il suo braccio destro Rick Gates, potrebbero esser solo la punta dell’iceberg nel mirino di Mueller: ne fanno parte il generale Michael Flynn amico dei russi, l’aiutante di campo Sam Clovis e poi, sempre più vicini al tycoon, il genero Jared Kushner, il figlio Don Jr. Chi tra loro darà allo special prosecutor le carte giuste per smascherare il Russiagate?
Certo, nei suoi nove mesi in carica, Trump ha regalato qualcosa alla sua base di arrabbiati: quelli che se solo si potesse, vorrebbero vedere Hillary  Clinton dietro le sbarre. A colpi di decreti ha sbocconcellato l’eredità di Obama in fatto di salute pubblica, ha ritirato l’America dall’accordo di Parigi, messo a rischio le speranze dei giovani arrivati da minori con genitori clandestini, minacciato di guerra la Corea del Nord, e soprattutto ha insediato alla Corte suprema un giovane giudice, Neil Gorsuch, che garantirà per decenni alle sentenze costituzionali uno stampo conservatore. Ma all’appuntamento dell’8 novembre, mentre resiste lo zoccolo duro dei suoi elettori, "Mr. Apprentice" è arrivato perdendo terreno. "Americani svegliatevi", ha avvertito John McCain, il grande vecchio repubblicano che ha affossato con il suo no in Senato il tentativo di silurare Obamacare. Nella speranza, che forse il senatore malato di cancro al cervello non riuscirà a vedere, che l’abbaglio dell’era Trump sia stato solo un brutto incubo.
05.11.2017


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