Troppe divisioni prolungano le trattative in Germania
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La Merkel non riesce
a "impastare" il governo
STEFANO VASTANO


A volte la politica tedesca segue netti principi  gastronomici. Ai tempi di Gerhard Schröder, ad esempio, e della sua coalizione rosso-verde, si sapeva benissimo, ha commentato la Frankfurter Allgemeine Zeitung, "chi era il cuoco e chi il cameriere". Il coriaceo presidente della Spd era lo chef al governo di Berlino; e Joschka Fischer, ex capo carismatico dei Verdi e ministro degli Esteri, il cameriere. Le loro trattative infatti, nel 1998 e 2002, durarono per entrambi i governi 30 giorni. Anche nel 2009 era chiaro chi era lo chef e chi il cameriere del nuovo esecutivo: Angela Merkel impastò il suo secondo governo - con i liberali della Fdp - in 31 giorni. Già la formazione del terzo governo Merkel invece, la seconda ‘Grosse Koalition’ con la Spd nel 2013, durò 86 giorni, un record nella storia della Repubblica federale.
Ma le baruffe e i dissidi a cui i tedeschi stanno ora assistendo nelle trattative per la cosiddetta "Jamaika–Koalition" rischiano di superarli i tre mesi, e prolungarsi sino al 2018. Tra la Cdu della Kanzlerin e la bavarese Csu di Horst Seehofer da un lato, i liberali di Christian Lindner ed i Grünen dall’altro è impossibile individuare ‘lo chef e il cuoco’ della prossima legislatura. Troppi i conflitti tra i quattro partiti, a partire da quello più spinoso di tutti: la politica migratoria per una Germania che, dal settembre 2015, ha accolto più di un milione di migranti. Specie i bavaresi della Csu insistono che in futuro il loro numero non superi i 200mila l’anno, e che la migrazione "sia controllata e limitata". Anche per quanto concerne l’arrivo in Germania delle famiglie dei profughi. Parenti invece che, per i Verdi, dovrebbero avere un accesso meno burocratico in Germania proprio per accelerarne l’integrazione.
"Ai Verdi abbiamo detto, ha tuonato secco Alexander Dobrindt della Csu, che non si formerà alcuna coalizione senza un chiaro controllo sulla migrazione". "Sulla politica migratoria, è venuto giù duro il 38enne Lindner della Fdp, il programma dei Verdi gioca alla fine a tutto a favore della Afd", e cioè del partito d’estrema destra che alle politiche del 24 settembre ha incassato il 12 per cento dei voti. Muro contro muro anche sui punti nevralgici della politica energetica e sul futuro del diesel nelle fabbriche e sulle strade tedesche. A partire dal 2030, a sentire gli ambientalisti, non dovrebbero più circolare in Germania motori a combustione. Anche le centrali a carbone per i Verdi hanno i giorni contati, al massimo sino al 2020. "Noi liberali non siamo per questi divieti, esclama Lindner, e alle elezioni abbiamo promesso che chi guida un diesel non verrà penalizzato".
Oltre che sulle quattroruote e sull’energia, il resto si gioca su agricoltura, allevamento ed ambiente, dice Anton Hofreiter, capo-frazione dei Grünen, "che per noi Verdi sono decisivi per una eventuale coalizione". In compenso, sul fronte fiscale, sul pareggio di bilancio e sul minino salariale i quattro partiti hanno raggiunto linee di compromesso. Tutti reclamano sconti sulle tasse: i liberali promettono al contribuente sgravi fiscali nell’ordine dei 30 miliardi. La Cdu della Merkel alleggerimenti per 15 miliardi. Anche su un altro punto i quattro "giamaicani"  convergono: più investimenti in cultura. Entro il 2025 in Germania più del 10 per cento del Pil andrà in cultura e ricerca, e aumenteranno le borse di studio agli studenti. "L’obiettivo - ha precisato Peter Tauber, segretario della Cdu - è che la Germania sia ai primi posti al mondo in ricerca e cultura". Basterà per formare l’agognata e a quanto pare turbolenta "Jamaika-Koalition" o si andrà, come auspica Martin Schulz della Spd, di nuovo al voto? Se oggi tornassero a votare, i tedeschi darebbero il 31 per cento dei voti alla Cdu della Merkel, circa il 2 per cento in meno del 24 settembre. Segno che i tedeschi non gradiscono in ogni caso le trattative troppo estenuanti.
05.11.2017


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