In Gran Bretagna cresce la voglia di un nuovo referendum
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La Brexit ora fa paura
e si pensa al voto-bis
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


Nella dura marcia verso la Brexit in Gran Bretagna molti si guardano indietro e cresce la tentazione per un secondo referendum. Quella che era solo una ipotesi remota inizia a prendere piede e anche osservando i sondaggi si comprende il progressivo cambiamento di umore a fronte delle difficoltà nei negoziati con Bruxelles e un certo clima di incertezza. Secondo una rilevazione condotta da Bmg Research per l’Independent, nel caso di un fallimento delle trattative il 57% dei cittadini sarebbe favorevole ad una nuova consultazione sul divorzio dall’Ue, dopo quella fatidica del 2016, mentre il 43% si dice contrario. Il mese scorso la percentuale dei favorevoli era del 54%.
Anche fra gli esponenti politici sembra che qualcosa sia cambiato. Perfino il grande euroscettico Nigel Farage, un po’ il padre putativo della Brexit, è arrivato a dire, per poi tentare goffamente una smentita, che serve un nuovo voto popolare per "mettere fine alla questione una volta per tutte". La proposta-provocazione di Farage, convinto che i britannici tornerebbero a scegliere l’addio all’Unione, ha così avuto l’effetto di ringalluzzire i maggiori avversari dell’ex leader Ukip, che si trovano sul lato opposto della barricata, quello europeista. Si tratta dei liberaldemocratici, dell’ex premier laburista Tony Blair molto attivo ultimamente, e di altri esponenti, in particolare fra le file del Labour. Per Tom Brake, portavoce dei libdem sul divorzio dall’Ue, "Farage non deve essere così convinto di poter vincere - ha affermato anche sulla base di altri sondaggi che mostrano una maggioranza nel Paese pro Remain - la gente ora è molto più consapevole dei costi della Brexit e delle menzogne diffuse dalla campagna Leave". Mentre il deputato laburista Chuka Umunna, ex blairiano della corrente liberal, ha sottolineato: "Forse per la prima volta nella sua vita Farage sta dicendo una cosa giusta". L’ipotesi del referendum bis viene invece vista come fumo negli occhi dai leader dei grandi partiti: sia dalla premier conservatrice, Theresa May, che la esclude del tutto e la definisce "un tradimento della volontà degli elettori"; sia dal capo dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, che la giudica "divisiva". Ma se fra i Conservatori al governo, e quindi incaricati di portare a termine la Brexit, la questione non si pone, fra i Laburisti all’opposizione, al cui interno prevale una maggioranza di Remain con "sacche" di elettori pro-divorzio, la possibilità è stata evocata da alcuni esponenti di spicco, fra cui il vice leader Tom Watson e il sindaco di Londra, Sadiq Khan.
Intanto le tentazioni britanniche vengono prontamente alimentate dall’Ue. "I cuori" dell’Europa restano "aperti" a un eventuale dietrofront di Londra sulla Brexit, ha fatto sapere il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in un messaggio ai "nostri amici" d’Oltremanica. L’invito è molto chiaro: qualora "ci fosse un cambiamento nel cuore" dei sudditi di sua maestà, e questo potrebbe passare proprio per un nuovo referendum, "noi altri, sul continente europeo, non abbiamo cambiato il nostro cuore".
E nel proverbiale gioco del bastone e della carota Bruxelles fa anche intendere a Londra che la via per la Brexit sarà sempre più irta di ostacoli. Nelle ultime "direttive" messe a punto dagli Stati membri per il capo-negoziatore Michel Barnier, l’Ue intenderebbe irrigidire le richieste al Regno Unito durante il periodo di transizione dopo l’addio al blocco dei 28.
21.01.2018


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