Una riforma annunciata dal presidente ptima del voto
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Trump in contropiede
sui nuovi svravi fiscali
ALESSANDRA BALDINI DA NEW YORK


L’ultimo coniglio dal cappello Donald Trump lo ha tirato fuori a pochi giorni dal voto di novembre cogliendo tutti di sorpresa, compresa Capitol Hill che l’anno scorso aveva faticato a condurre in porto la prima manovra fiscale della Casa Bianca. Il presidente-prestigiatore ha lanciato una proposta dalla sicura presa elettorale: dopo i maxi-tagli a favore delle aziende e degli americani più ricchi, adesso sarebbe la volta della middle class. Scarsi i dettagli dell’iniziativa, criticata subito dai democratici come la riprova che la prima manovra fiscale di Trump, il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, non sta particolarmente aiutando i candidati repubblicani nella prossima tornata elettorale.
L’"October Surprise" è arrivata a due riprese. "Stiamo studiando 24 ore su 24 come arrivare a nuovi sgravi che non riguardino affatto le imprese", ha detto Trump ai giornalisti che lo avevano seguito in Nevada gettando nello sconcerto  lo staff della Casa Bianca che non ne sapeva nulla. Proclamandosi un "nazionalista" - termine che ha immediatamente fatto fare un salto sulla sedia ai commentatori liberal - qualche giorno dopo Trump ha poi annunciato di aver chiesto a Capitol Hill di ridurre le imposte per la classe media, il cuore pulsante dei trumpiani doc, di circa il 10%. "Non c’è tempo per votare la manovra adesso, lo faremo dopo le elezioni", aveva aggiunto il presidente.
L’annuncio è arrivato mentre l’attività parlamentare è ferma: deputati e senatori sono da settimane tornati ciascuno nel proprio collegio per preparare il voto di midterm. Cosa intendeva dire il presidente? Alla Casa Bianca i suoi collaboratori hanno scartabellato ritagli di giornali, messaggi Twitter e spezzoni tv alla ricerca di qualcosa che avesse potuto ispirare il tycoon.
Ad accrescere il mistero sono state le contraddizioni contenute nell’annuncio. Trump ha detto che lo Speaker della Camera Paul Ryan è stato coinvolto nel drafting della proposta, ma l’ufficio di Ryan, che non si ripresenterà il 6 novembre per il rinnovo del mandato parlamentare, ha girato alla Casa Bianca  le richieste di chiarimento. Il presidente ha poi parlato di una "risoluzione" a proposito del meccanismo che farebbe scattare i nuovi tagli, ma per condurre in porto una manovra economica così importante come quella prospettata nei giorni scorsi serve il voto del Parlamento. "Mi sa che sta mettendo il carro davanti ai buoi", ha commentato Kyle Pomerleau, economista del think tank no-profit Tax Foundation. Mentre Jason Furman, professore della Harvard Kennedy School of Government, ha fatto una stima approssimata dei costi del provvedimento in circa 2 mila miliardi del prossimo decennio: tutto approssimativo, d’altra parte, in assenza di maggiori particolari.
Intanto il consenso intorno alla prima manovra di Trump continua a diminuire. Secondo un sondaggio Monmouth University, solo il 34 per cento degli americani approva, contro il 41 che disapprova. "La manovra non è mai piaciuta. E le crescenti incertezze su cosa succederà alle tasche dei contribuenti non sembra aiutare le prospettive del Gop (i repubblicani) a novembre", ha detto Patrick Murray, direttore dei sondaggisti dell’istituto. I timori sono quelli relativi al debito. In agosto un rapporto dell’Ufficio per il bilancio del Congresso ha mostrato che il deficit federale è salito del 20 per cento nei primi 10 mesi dell’anno fiscale 2018 in gran parte a causa dei tagli fiscali voluti dai repubblicani. Cifre da capogiro, secondo il Cbo: 1,46 trilioni di dollari in dieci anni o un trilione circa se aggiustato alla crescita economica, con un aumento del deficit di altri 230 miliardi di dollari solo il prossimo anno.
28.10.2018


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