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Volker si dimette, guai per l'entourage della Casa Bianca
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Gli uomini di Trump
finiti nell'Ucrainagate
R.C.


Negli uffici del McCain Institute, a Washington, non lo vedono da alcuni giorni. Lui qui, nella scuola che si occupa di sicurezza nazionale e strategie politiche, è il direttore dal 2012. L’assenza di Kurt Volker, inviato speciale americano in Ucraina, non è dunque passata inosservata. Tanti si chiedevano il perché. Sino a quando è arrivata la notizia delle sue dimissioni, rilanciate nella notte tra venerdì e sabato scorsi, dopo un’anticipazione del giornale dell’università dell’Arizona, State Press. Volker, un veterano della diplomazia statunitense, è la prima testa che salta nel sempre più intricato affare Ucrainagate che ha portato alla richiesta di impeachment per il presidente Donald Trump. Un affare che ruota attorno a registri nascosti, telefonate che dovevano restare segrete, spie, rivelazioni, pressioni. Uno scandalo che rischia seriamente, nei prossimi giorni, di avere imprevisti contraccolpi politici e di trascinare in prima linea altri personaggi di spicco.
Secondo quanto riportano i giornali americani, la decisione di Volker  sarebbe maturata il giorno dopo la diffusione della denuncia di un agente segreto, una talpa che ha svelato la telefonata dove il presidente americano avrebbe sollecitato il suo collega ucraino Volodymyr Zelenskyj a indagare sulle attività di Joe Biden e di suo figlio Hunter (che lavora al colosso energetico ucraino Burisma finito sotto inchiesta), evidentemente per intralciare la sua corsa alla Casa Bianca. E, poi, sul tentativo di insabbiarla. Il diplomatico è stato chiamato a deporre al Congresso giovedì prossimo. E questo proprio perché la talpa dell’intelligence Usa che ha svelato la richiesta di Trump a Zelenskyj lo ha indicato come l’uomo che doveva gestire l’indagine per gettare fango su Joe Biden.
Ma quello che è stato definito l’Ucrainagate non si ferma qui. I democratici ritengono che Trump abbia congelato gli aiuti militari all’Ucraina per poi utilizzarli come leva nei confronti di Kiev. E su questo stanno martellando da giorni i democratici stringendo il cerchio anche attorno agli uomini del presidente che si pensa abbiano giocato un ruolo importante in questa vicenda. E sì, perché nello scandalo è finito anche il segretario di Stato Mike Pompeo, oltre che il legale personale di Trump, ovvero Rudy Giuliani, l’ex sindaco della "tolleranza zero" di New York, il nemico giurato della mafia italoamericana e amico di Giovanni Falcone.
Pompeo è stato chiamato dai presidenti di tre commissioni della Camera. Gli chiedono di fornire al Congresso entro il 4 ottobre i documenti sui rapporti fra Trump e Zelensky. Questo nell’ambito dell’indagine di impeachment. All’inizio di ottobre in commissione dovranno inoltre presentarsi cinque dirigenti del dipartimento di Stato, tra cui Volker.
Per quanto riguarda invece Rudolph Giuliani, secondo ciò che è emerso, avrebbe incontrato un alto collaboratore del leader ucraino. Lui, l’ex magistrato, ha detto d’essere pronto, previa autorizzazione del suo cliente Trump, a chiarire la sua posizione. "Vorrei raccontare la mia storia", ha spiegato alla corrispondente Usa della tv inglese Sky News Uk, Cordelia Lynch, alla quale ha inoltre detto che Trump "non ha fatto proprio nulla di sbagliato". Nel vortice di sospetti, accuse e controaccuse, è rimasto impigliato anche un personaggio di primo piano: il procuratore generale William Barr. Secondo alcuni esponenti democratici non si sarebbe astenuto davanti a un dossier, sempre nell’ambito della telefonata Trump- Zelensky dove compariva il suo nome.
E il presidente? "Siamo in guerra", ha detto Trump, annunciando un’offensiva contro tutti. A cominciare dalla "talpa" della Casa Bianca che  ha svelato la telefonata. Una telefonata che rischia di costargli cara. L’impeachment, appunto.
r.c.
29.09.2019


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