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Dopo l'ultimatum dell'Ue Londra rischia l'isolamento
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Boris Johnson non molla,
si scontra con Bruxelles
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


L’orologio della Brexit corre inesorabile. Londra e Bruxelles nonostante le minacce, le botte e risposte, i tentativi di bluff, i tanti ostacoli e le divergenze sembrano mantenere la volontà di raggiungere il tanto atteso accordo commerciale, quel "deal" che deve evitare o per lo meno mitigare scenari allarmanti di fine anno: il caos alle frontiere, allo scoccare di Capodanno, e altre conseguenze negative di medio-lungo termine. Gli incontri diventano quindi febbrili, le dichiarazioni si susseguono, con aperture e chiusure perché nessuno dei negoziatori vuole cedere per primo anche se alla fine si dovranno trovare dei compromessi.
I prossimi passi e "i prossimi giorni", come ha sottolineato anche la cancelliera tedesca Angela Merkel (che si dice comunque ottimista sulle trattative), sono decisivi, per risolvere le controversie più importanti, quegli ostacoli lungo la via dell’accordo: la pesca in primo luogo, gli aiuti di Stato e soprattutto l’allineamento normativo (level playing field), preteso dall’Ue contro ipotetici rischi di concorrenza sleale, ma respinto dal governo del premier conservatore Boris Johnson come un meccanismo incompatibile con la ritrovata sovranità del Regno ed estraneo a ogni altro trattato di libero scambio internazionale. Altro nodo dolente è il progetto di legge sul mercato interno britannico, l’Internal Market Bill, già approvato dalla Camera dei Comuni ed ora in discussione a quella dei Lord. L’Ue è passata al contrattacco negli ultimi giorni, iniziando l’azione legale contro la decisione di Londra per le violazioni dell’accordo di base sulla Brexit (Withdrawal Agreement), al quale deve seguire quello sulle relazioni commerciali. Lo ha fatto nel giorno del vertice europeo straordinario, con l’annuncio della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.
Si tratta di una lettera di messa in mora, il primo passo previsto dall'iter legale, a cui la Gran Bretagna può rispondere con le sue osservazioni entro un mese. Johnson ha già ribadito la sua intenzione di tirare dritto con la proposta di legge ma allo stesso tempo ha mostrato nuovamente la volontà complessiva di raggiungere un accordo. Deve, in teoria, preservare la possibilità di vendere le merci britanniche in modo conveniente nel mercato unico europeo: in caso contrario, la sua economia potrebbe infatti subire un contraccolpo peggiore della pandemia, stando agli analisti. Non finisce qui, Londra deve anche considerare che potrebbe uscire con le ossa rotte da un contenzioso legale con l’Unione: il Regno di Elisabetta II finirebbe infatti di fronte alla Corte di giustizia europea, per violazione di un trattato internazionale.
Però Bruxelles non se la sente di tirare più di tanto la corda. La sua mossa di avviare l’azione legale più che una vera punizione è un modo per guadagnare tempo in attesa di vedere come andranno i negoziati sulla partnership commerciale con i britannici. Una presa di posizione per evitare di essere additati come protagonisti del fallimento nel caso la trattativa sull’accordo - che dovrebbe entrare in vigore allo scadere del periodo di transizione, il 31 dicembre - deragliasse, con conseguenze economiche molto gravi. Il rischio del "no deal" è ancora altissimo. Entrambe le parti hanno fissato una data: il Consiglio europeo del 15 ottobre. Manca ancora però un passo fondamentale: vincere la diffidenza reciproca. A Bruxelles molti dubitano della volontà di Johnson e temono i suoi colpi di testa.
03.10.2020


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