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La riscoperta di Oskar Dickmann all'Elisarion di Minusio
Immagini articolo
Casolari e rustici
diventano emozionali
CLAUDIO GUARDA


Nel 2010 la Pinacoteca Casa Rusca allestì un'ampia rassegna titolata "Pittura e scultura nel Locarnese, uno sguardo sulla prima metà del '900".  Una sessantina di artisti a partire dal Franzoni di inizio secolo per arrivare agli anni '50 con Nizzola, Bianconi, Buzzi, Uehlinger, Rossi, Mazzi, Zaccheo. Salvo per rari accenni, non vi figuravano quegli artisti stranieri,  diventati poi famosi, che transitavano o soggiornavano sul Verbano.  Il riflettore era invece puntato su quegli artisti che formavano l'humus locale, che operavano e vivevano nella regione in condizioni  economiche ed artistiche difficili, animando con la loro presenza il dibattito artistico. Non si trattava solo di ticinesi,  ma anche di non pochi stranieri e confederati trasferitisi qui (a volte in miseria, come Schürch, Ernst Zuppinger, Teodoro Hallich, Uelingher e Dickmann), portatori di un'altra cultura, che si erano formati altrove, lontani dalla tradizione lombarda in cui si erano cresciuti non pochi artisti ticinesi. Tra essi anche Oskar Dickmann, nato a Vienna nel 1896 e migrato presto a Zurigo dove si forma come grafico, ma coltivando pure la musica e la pittura che saranno le sue fonti di vita; si trasferirà in Ticino nel '36 dedicandosi prevalentemente alla pittura. Solo l'individuazione recente di due discreti nuclei di opere, aumentati poi con le ricerche, ha permesso l'avvio di uno studio e la realizzazione della mostra.
Ne esce l'immagine di un pittore che predilige alcuni soggetti ricorrenti, tra cui i casolari abbandonati o i nuclei di vecchi rustici, ma interpretati in modo molto soggettivo ed emozionale. Colti in piano ravvicinato, dentro una pittura caratterizzata da tonalità basse, con lunghi tratti neri deformanti, di matrice chiaramente espressionistica: certamente dissonante con la tradizione lombarda del paesaggio.  Da qui anche lo scotto del sentirsi confinato, lui che era già un solitario per carattere.
Dietro si avverte il clima della  situazione economica e politica che fa da sfondo a un Ticino tra le due guerre ai limiti della sussistenza e separato tanto a Nord quanto a Sud; dove anche il problema della difesa dell'italianità e della tradizione artistica, allora sentite come fortemente minacciate per la massiccia presenza di artisti migrati sul Lago Maggiore, si mescolava a esigenze di vita assai più concrete e diffuse, prima fra tutte la necessità di salvaguardare per sé le poche briciole che il mercato dell'arte poteva ancora dare. Da qui il corporativismo delle associazioni d'arte, la resistenza ad accettare nelle loro file non solo gli stranieri ma anche i connazionali venuti a vivere in Ticino. E pensare che tali e tante presenze avrebbero potuto trasformarsi in una potente iniezione di modernità, innescando un processo di riflessione e confronto che invece non ci fu o fu a traino.
09.12.2012


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