I ministri Bertoli e Vitta a confronto sulla retribuzione base
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Sul salario minimo
divergenze massime
CLEMENTE MAZZETTA


Dopo la sentenza del Tribunale federale, che ad agosto di quest’anno ha avallato la soglia dei 20 franchi orari quale salario  in grado di garantire una "vita dignitosa" fissato dal Gran Consiglio di Neuchâtel come salario minimo, ora tocca al Ticino dare una concreta attuazione all’iniziativa dei Verdi. Quella di "salviamo il lavoro" che chiede appunto salari minimi differenziati. La patata bollente è in mano a Christian Vitta, ministro dell’economia. Tocca a lui dopo che il gruppo di lavoro che riuniva iniziativisti, sindacati e organizzazione sindacali non è riuscito a trovare l’accordo, risolvere il rebus di quanto debba essere il minimo. Per la sinistra non si può scendere al di sotto dei 3’750 franchi. Manuele Bertoli, qui sotto, spiega il perché. Lanciando anche un’accusa ad un sistema economico-industriale. "È ora di rendersi conto che c’è una parte di industrie  fuori mercato, che sono indirettamente sussidiate dal sistema sociale". Diverse le valutazioni del ministro dell’economia Vitta, attento al quadro generale del mercato del lavoro e a come il salario minimo debba rispondere a una logica sociale, senza ledere la libertà economica. Il rischio di confondere la retribuzione minima sociale col minimo economico è anche quello, sebbene Vitta vi alluda solo senza esplicitarlo, di attirare verso il basso anche paghe più alte. Sensibilmente più elevate delle cifre che si discutono in questi giorni, dal momento che il salario mediano in Ticino s’aggira sui 5’100 franchi. "Non vogliamo togliere aiuti da una parte per metterli da un’altra", mette in guardia il direttore del Dfe.


Manuele Bertoli Il presidente del governo sostiene i 3’750 franchi
"Dumping e working poor i due obiettivi della misura"

È possibile che con un salario minimo di 3’750 franchi, una fetta di aziende che in Ticino vivono sui bassi salari, finiscano fuori mercato. Ma è ora di rendersi conto che c’è una parte di industrie che sono indirettamente sussidiate dal sistema sociale". Più che convinto della necessità di un salario minimo Manuele Bertoli, ministro Ps.
Quale deve essere la funzione del salario minimo?
"Quella di combattere il fenomeno dei woorking poor. Di chi pur lavorando, riceve un salario che non gli permette di vivere dignitosamente".
Un salario sociale?
"Sociale, ma anche economica, perché entra in discussione tutta la questione del dumping, di chi vive oltre frontiera che può accettare grazie al minor costo della vita quei salari per noi inaccettabili".
Minimo sì, ma quanto?
"La sentenza del Tribunale federale che ha  approvato l’opzione di Neuchâtel per un  salario minimo uniforme, lo dice chiaramente: dovrebbe essere di poco superiore a quello erogato dal sistema sociale".
Lei dice 3’750 franchi, perché?
"Perché l’ufficio di statistica ha stabilito cos’è un working poor: una persona che fa parte di un’economia domestica che non riesce a vivere con un salario pieno. Bene: visto che una famiglia media ticinese è composta da 2,26 persone, e considerato che se fosse a carico dell’assistenza pubblica avrebbe diritto a 3’749 franchi  al mese di prestazioni sociali, ne consegue che salario minimo dev’essere leggermente superiore".
Dunque 3’750 franchi?
"Un attimo: questo è il salario minimo in base all’assistenza pubblica, che è il sistema sociale che dà di meno. Ma se si facessero i calcoli in base alla Laps sarebbe di più (4’482). E se si calcolasse in base alle prestazioni complementare Avs e Ai sarebbe ancora di più. Il mio calcolo di 3’750 franchi è prudenziale".
Ma è superiore ai minimi dei contratti normali di lavoro.
"Certo, ma è una contraddizione solo apparente e che si risolverà con l’entrata in vigore del salario minimo, sotto al quale non si potrà andare".
Imponendo un salario minimo non c’è il rischio di mettere fuori mercato alcune industrie?
"Sì, ma è ora di rendersi conto che c’è una parte di industrie che sono indirettamente sussidiate dal sistema sociale"
Come si può intervenire?
"In due modi: o aumentando i salari o riducendo i costi. Perché alla fine se non si fa né l’uno né l’altro è il sistema sociale che aiuta l’economia. Ma coloro che non vogliono aumentare i salari sono gli stessi che non vogliono la riduzione dei costi".
Di quali costi parla?
"Ne cito due: quelli degli affitti che sono scandalosamente alti. Quasi un’usura generalizzata. E poi quelli della cassa malati: abbiamo un sistema assurdo di premi uguali per tutti, ricchi e poveri che crea artificialmente migliaia di sussidiati".

c.m.


Christian Vitta Il direttore dell’Economia sulle prossime tappe  
"No ad aziende speculatrici, ma va considerato l’impatto"

Non ne abbiamo ancora discusso in governo e quindi stabilire cifre adesso non sarebbe giusto". Né coi 3’000-3’500 del direttore di Aiti, Stefano Modenini, né coi 3’750 franchi del partito socialista. Sul tema del salario minimo Christian Vitta, direttore del Dipartimento dell’Economia, non anticipa numeri. Ma parla delle prossime tappe e dei rischi. "Il Consiglio di Stato - spiega Vitta - inizierà riflettendo sulle varie soglie determinate dal gruppo di lavoro".
Da Neuchâtel al Ticino la situazione cambia?
"I criteri fissati dal Tribunale federale vanno applicati alla realtà ticinese. Ma anticipare delle cifre oggi è prematuro anche per un altro aspetto, l’impatto".
Che sarebbe ‘peggiore’ per le aziende ticinesi?
"La realtà ticinese è diversa e i numeri toccati dalla misura cambierebbero".
Se un’azienda non è in grado di pagare salari dignitosi, non è meglio rinunciarvi?
"Penso sia chiaro a tutti che nessuno vuole delle aziende che fanno solo speculazione. Vogliamo invece imprese si insediano sul nostro territorio con un approccio di medio-lungo termine e che quindi fidelizzano il proprio dipendente garantendogli anche delle condizioni quadro interessanti. Ma tutto ciò va sempre messo in relazione al settore in cui le aziende operano. Ci sono infatti dei contratti collettivi che potrebbero essere, ad esempio, al di sotto dell’importo stabilito da Neuchâtel...".
Non è sbagliato un salario minimo che debba appoggiarsi ancora sugli aiuti sociali?
"Anche dove ci sarà un salario minimo, ciò non significa l’esclusione di aiuti sociali che dipendono dalla tipologia della famiglia e da situazioni particolari. Non va creato un sistema troppo rigido perché potremmo avere un problema dal lato occupazionale. La realtà è complessa proprio perché è costituita da vari fattori ed elementi interconnessi".
I prossimi passi del governo? In estrema sintesi...  
"Dapprima bisognerà decidere tra salario minimo unico o differenziato (anche se la sentenza mi sembra porti nella direzione del salario unico); andranno poi scelti i parametri da considerare nello stabilire la o le soglie; infine ci sarà la determinazione di un’ipotesi di salario minimo e la relativa valutazione sull’impatto sull’occupazione. Perché non vogliamo togliere gli aiuti sociali da una parte per poi metterli da un’altra".
L’impressione è che si stia creando un fossato. Coi buoni da un lato e i cattivi dall’altro...
"Non bisogna mai perdere di vista che parliamo del salario minimo sociale e non economico. Se lo vediamo come una soglia riferimento potremmo anche ottenere l’effetto contrario. Si tratta invece di un salario d’entrata, magari per persone senza grandi qualifiche o profili non così ricercati. Un salario economico risponde ad altri criteri, come la formazione e l’esperienza. Non vanno confusi tra loro".

s.pi.
20.08.2017


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