La provenienza dei ministri nell'analisi di due esperti
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'I cantoni dei candidatI?
È solo tattica politica'
MASSIMO SCHIRA


Quello della rappresentanza regionale in governo, è un aspetto che torna d’attualità in maniera ciclica in occasione dell’elezione di un Consigliere federale. Basti pensare all’annoso dibattito politico sull’opportunità di allargare da 7 a 9 il numero dei ministri per garantire una migliore rotazione linguistica e territoriale. Nonostante ciò, ci sono cantoni che non hanno mai avuto un rappresentante in governo, mentre il Ticino, rivendica un seggio italofono ad ogni occasione propizia. "Formalmente il tema della rappresentanza regionale ha avuto una propria ragione di esistere fino al 1999, quando è entrata in vigore la nuova Costituzione - spiega il politologo Andrea Pilotti, esperto di politica regionale. Da quella data, infatti, possono essere eletti anche due Consiglieri federali dello stesso cantone, come è poi stato il caso con Berna o Zurigo. L’argomento è però anche sempre legato alle strategie dei partiti".
Nella storia federale, però, anche questo aspetto ha subito un’evoluzione. "Agli inizi, la Confederazione era dominata in pratica dal solo partito radicale, che quindi, in un certo senso, riservava una prelazione ideologica a cantoni come Zurigo, Berna o Vaud - osserva Francis Phyton, professore emerito di storia svizzera all’Università di Friborgo -. Le elezioni dei ministri passavano più attraverso la lente del partito radicale che attraverso reali strategie politiche".
A proposito di strategie, Pilotti evoca proprio l’elezione di Parmelin in governo, occasione in cui anche il Ticino, con Norman Gobbi, era entrato in corsa. "L’Udc in quel caso giocò molto sulla questione regionale - ricorda il politologo -. Perché attraverso l’elezione del vodese Parmelin sperava di sfondare in Romandia, visto che il ‘margine di manovra’ del partito a caccia di voti nella Svizzera tedesca era ormai esaurito. La strategia non ha poi portato i frutti sperati".
Accanto alle "tattiche" di partito, anche la sensibilità politica nel Paese è cambiata nel tempo. "Già dopo la Prima Guerra Mondiale si assiste ad un cambiamento in Svizzera - prosegue Phyton -. Con un’attenzione maggiore verso le regioni e l’apertura conquistata dai conservatori. Non è un caso se il primo ministro ticinese del Ventesimo secolo, Giuseppe Motta, non è affatto un radicale".
Altro cambiamento piuttosto visibile secondo il politologo è la crescita dell’importanza del peso economico delle regioni. "Oggi Isabelle Moret o Pierre Maudet non si pongono minimamente il problema di essere potenzialmente il secondo romando in governo (Moret la seconda vodese con Parmelin) - afferma Pilotti -. Perché provengono entrambi da una macro-regione molto competitiva, trainante per il Paese. Che ragiona a livello sovra-cantonale". Una tendenza visibile anche per lo storico. "La formula magica ha sistemato più le cose a livello partitico che regionale - conclude Phyton -. Le rivendicazioni romande, invece, non sono cessate. A volte anche in modo fastidioso. Poco sensibile all’italianità".

m.s.
27.08.2017


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