Intervista a Pierre Maudet, candidato al dopo Burkhalter
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"Europa, sanità, lavoro
ecco le mie soluzioni"
MASSIMO SCHIRA


Fino a qualche settimana fa, nel terzetto di candidati liberali-radicali alla successione di Didier Burkhalter in Consiglio federale, Pierre Maudet era pronosticato quale sicuro perdente. Stretto tra l’ingombrante presenza di Ignazio Cassis - nel suo ruolo di rappresentante delle pressanti rivendicazioni ticinesi - e di Isabelle Moret, la candidata femminile "obbligatoria". E, invece, con una campagna elettorale condotta a 360 gradi e con al centro i grandi temi della politica federale, ecco che le quotazioni del 39enne consigliere di Stato ginevrino sono schizzate verso l’alto. Al punto da insidiare la "pole position", per rubare un termine agli sport motoristici, di Ignazio Cassis. "L’avvicinamento al 20 settembre lo sto vivendo in modo sereno - racconta Maudet al Caffè -. Ad inizio agosto, quando ho deciso di candidarmi, onestamente non pensavo che sarei entrato nel ticket del Plr. Essere in corsa è per me una sorta di liberazione".
C’è un motivo in particolare che l’ha spinta a candidarsi?
"Beh, la scelta del partito ticinese di presentare un solo candidato. Per un rappresentante del Plr, il partito della diversità, è stata una sorta d’incitamento. Ma se vuole una risposta più politically correct…"
Sentiamo…
"Lavoro in un esecutivo da 10 anni e credo sia un bene che un consigliere di Stato possa portare a Berna la sua sensibilità. Che è diversa da quella dei parlamentari federali. Lavorando a livello cantonale, prevale un pragmatismo che a Berna va un po’ perso. Anche i ministri ticinesi Vitta e Gobbi condividono questa mia riflessione".
Lei è descritto come europeista convinto. Lo è davvero?
"All’inizio ero europeista per passione, ora lo sono per ragione. Il mio approccio è semplice: viviamo nello stesso spazio rispetto all’Europa, le frontiere dividono sempre meno e abbiamo molte attività comuni. Da tenere in considerazione ci sono però anche dei problemi, come la gestione delle migrazioni, il dumping salariale e la concorrenza sleale sul mercato del lavoro. Ma bisogna essere pragmatici".
Come trattare, dunque, con l’Unione europea?
"L’importante è mantenere buone relazioni. Ma con reciprocità, trattando alla pari, non da sottoposti. Da un punto di partenza uguale per tutti. Anche perché, se, oggi, Francia e Italia sono in difficoltà, ci sono ricadute dirette anche per la Svizzera. E viceversa, se le cose andassero bene, ne beneficeremmo. Gli interessi, insomma, sono comuni".
Ha toccato il tema dei migranti. Come affrontarlo?
"In Svizzera dobbiamo sviluppare maggior solidarietà intercantonale. Perché, ad esempio, pur essendo un cantone di frontiera, Ginevra ha problemi diversi rispetto al Ticino, che è a diretto contatto con l’Italia, che è il Paese europeo attraverso cui entra il maggior numero di migranti. Bisogna capire che, se soffre il Ticino, soffre tutto il Paese".
Passiamo alla sanità. Esiste un modo per contenere l’esplosione dei costi della salute?
"Ma questo è un tema in cui è maestro Ignazio (ride)…".
Non vede quindi soluzioni?
"Vedo un potenziale di risparmio nella gestione degli ospedali. Specie nel processo di concentrazione delle specializzazioni. Dell’attuale situazione, però, a non piacermi è il fatto che sono le famiglie e i giovani a pagare il conto più salato, pur essendo le categorie che utilizzano meno la sanità".
Lei si è occupato spesso di temi legati al lavoro. Come tutelare meglio i lavoratori dei cantoni di frontiera? Magari con il salario minimo?
"Il salario minimo non mi piace. Molto meglio stimolare il dialogo tra imprenditori e sindacati. In Svizzera l’equilibrio e il partenariato sociale resistono e su questo bisogna puntare. Naturalmente servono sindacati ragionevoli e padronato sensibile alle questioni sociali. A Ginevra il dialogo funziona. Infatti sono in vigore molti contratti normali di lavoro. Servono però anche controlli e sanzioni, che, se sono severe, danno risultati migliori".
Cosa pensa dell’idea di Cassis di legalizzare la cocaina?
"Un conto è la teoria, ma bisogna anche essere concreti. Credo che si creerebbero moltissimi problemi legati alla criminalità. Non a caso, nessun Paese europeo ha scelto questa strada. Farlo da soli produrrebbe una situazione insostenibile. Non credo sia giusto dire che la repressione è inutile. Così come credo nell’importanza del lavoro della polizia nella lotta alla criminalità legata alla droga".
E la questione del doppio passaporto?
"È una questione personale. Io stesso ho il doppio passaporto, svizzero e francese, ma non è mai stato un problema quando ho dovuto trattare, anche duramente, con la Francia. Se fossi eletto e il governo dovesse chiedermi di rinunciare al passaporto francese, potrei pensarci. Ma la lealtà si giura alla Costituzione".
Con che parola descriverebbe Ignazio Cassis?
"Italianità".
E Isabelle Moret?
"Applicata".
Ha un hobby?
"La mia famiglia. Mia moglie e i miei tre figli. Il mio tempo libero è loro".

mschira@caffe.ch
10.09.2017


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