Quale futuro per la politica estera di Berna dopo Cassis
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Svizzera ed Europa...
verso un nuovo dialogo
MASSIMO SCHIRA


Se Londra guarda alla Svizzera per ridisegnare i suoi rapporti con Bruxelles, oggi il vero problema è in che direzione intende guardare Berna. L’avvicendamento al Dipartimento degli Esteri che sarà guidato da Ignazio Cassis ha infatti rimesso in discussione l’insieme delle trattative con l’Ue, quindi anche la via tracciata dal suo predecessore Burkhalter, ad esempio, sull’armonizzazione di alcune parti del diritto svizzero con quello europeo e sull’esigenza di un nuovo accordo istituzionale, per così dire, con l’Unione. L’intenzione, annunciata dallo stesso neoministro, di premere il tasto "reset" facendo tabula rasa dei risultati fin qui raggiunti, ha spaccato in due la politica. Con l’Udc, che sostiene Cassis ed è tornata a fare la voce grossa contro la libera circolazione, con il nuovo ministro chiamato dalla destra a rinegoziare la cosiddetta "clausola ghigliottina", quella che farebbe saltare l’intero pacchetto di accordi in caso di dismissione di quello sulla libera circolazione delle persone. Una situazione potenzialmente esplosiva per gli oltre 120 accordi bilaterali con l’Ue.
La Svizzera torna così ad essere un’osservata speciale da Bruxelles e dalle principali capitali europee, dove gli esperti interpellati dal Caffè mostrano un certo scetticismo sulla possibilità, auspicata dal nuovo corso elvetico, di una rinegoziazione dell’intesa complessiva.


Dall’Italia
"Confini più flessibili ma il trend generale porta in altre direzioni"
Francesco Anfossi da Roma

La Svizzera potrebbe "sostituire" nell’Unione europea il Regno Unito? Una fanta-ipotesi che dall’Italia vedono così. "È estremamente improbabile", spiega Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la più autorevole delle riviste italiane di politica estera. "Non mi pare - aggiunge - che la Svizzera abbia una grande aspirazione a entrare nell’Unione. In secondo luogo il trend attuale dell’Unione europea, che è piuttosto disintegrativo che integrativo, tende a escludere nuovi allargamenti". Eppure la Svizzera è già in Europa attraverso tutta una serie di accordi bilaterali. "È vero, il Paese ha firmato intese per cercare di inquadrare le relazioni con i 27 Stati membri europei. Ma questo non vuol dire che voglia entrare nell’Unione".
Anzi, secondo Caracciolo, "un Paese così geloso della propria sovranità come la Svizzera difficilmente potrebbe accettare di vederla diluita in un ambito comunitario. D’altronde se non lo facesse difficilmente potrebbe essere accettata dai Paesi membri, che pongono come prerogativa proprio la cessione di sovranità".
Dunque la Svizzera rimarrà per sempre in Europa fuori dall’Europa? "La Svizzera - osserva Caracciolo - è un Paese troppo specifico, troppo peculiare, con una storia tutta sua. Soprattutto in una fase come questa, attraversata da pulsioni autonomiste, è inimmaginabile che possa prendere ordini da Bruxelles e Francoforte, dove ha sede la Bce". Gli italiani, invece, la vorrebbero nell’Unione. "Vista dall’Italia in linea di principio questa sarebbe un’ottima cosa, ma per le ragioni che dicevo probabilmente si creerebbe più un crash, uno scontro con conseguenze di diverso tipo. È evidente che per Italia, se potesse avere dei confini più flessibili con la Svizzera, andrebbe tutto molto meglio. Pensiamo alla gestione dei migranti, o al fenomeno del pendolarismo con i frontalieri, o ancora all’emigrazione. Ma mi pare che oggi il trend sia esattamente opposto".


Dalla Germania
"Sui controlli fiscali ora è necessaria più collaborazione"
Stefano Vastano da Berlino

La Repubblica federale, si sa, è in assoluto il primo partner commerciale della Svizzera. Di più, ogni giorno sono 56mila le persone che, dalle cittadine del Baden-Württemberg, varcano i confini in auto o in bus per lavorare nella Confederazione. Ma i "pendolari" tedeschi, cioè i frontalieri, sono in tutto 61.500. Su questi temi scottanti di politica migratoria, "specie dopo le trattative in corso con la Gran Bretagna - spiega Sven Giegold, portavoce dei Verdi al Parlamento europeo - anche per la Svizzera valgono gli stessi principi. Ossia che chi vuole l’accesso al Mercato comune europeo deve poi anche garantire le quattro quattro libertà fondamentali". E cioè assicurare la libera circolazione delle persone e dei servizi, delle merci e dei capitali.
Tra Berna e Berlino c’è un rapporto storico. A fine 2015, le imprese svizzere avevano investito oltre 38 miliardi di franchi in Germania, creandovi 380mila posti di lavoro. Nello stesso periodo, le imprese tedesche hanno investito in Svizzera circa 33 miliardi di franchi, dando lavoro a 121mila persone. Ma per quanto riguarda il cantiere ancora aperto degli accordi fiscali, "è vero - spiega ancora Giegold - che sulle tasse alle persone la Svizzera, messa sotto pressione dagli Stati Uniti, ha fatto dei passi avanti accettando, dal 2018, lo scambio automatico di informazioni". Un grande, importante passo avanti.
Ma, a parte il controllo della qualità di queste informazioni, sul fronte degli accordi e controlli fiscali c’è ancora molto da fare. "Sulle imposte per le imprese la Svizzera - conclude Giegold - deve ancora muoversi e cooperare di più se non vuole che l’Europa la inserisca nella lista nera delle oasi fiscali". Non è solo una questione di prestigio. Quei 18 miliardi che un gigante come la Apple dovrà ora ripagare in Irlanda, insegnano che nelle trattative fiscali in gioco ci sono soprattutto svariati miliardi. E migliaia di posti di lavoro.


Dalla Francia
"È un modello virtuoso, deve stare attenta a non mostrarsi chiusa"
Luisa Pace da Parigi

La Svizzera deve continuare a tessere rapporti multilaterali privilegiati con i Paesi dell’Unione Europea" sostiene Jean-Hervé Lorenzi, fondatore del prestigioso "Cercle des économistes". Per il presidente del "gruppo", che riunisce una trentina di economisti e di universitari e promuove un dibattito aperto, "la Confederazione ha tutto l’interesse ad avere ottime relazioni con la zona euro pur voler entrare a farne parte".
Lorenzi sottolinea che il suo commento non è politico ma conosce bene la situazione elvetica e apprezza il modo con cui è gestita. "La Svizzera resta un modello per la zona euro, un modello virtuoso che ha ben gestito i tassi d’interesse. La Banca nazionale svizzera  - ricorda l’economista francese - ha gestito benissimo l’evoluzione dei tassi di cambio. Ovviamente il mio è un commento economico, non sono un politico". Politica ed economia vanno comunque a braccetto, la prova è che, citando la moneta comune, si parla di zona euro, uno dei fondamenti dell’Ue. "Peraltro il modello svizzero mi fa pensare immediatamente a quello svedese".
"La Svizzera non deve entrare in Europa, nella zona euro - continua Jean-Hervé Lorenzi - ma continuare a gestire con lo stesso talento la sua industria di alta gamma, con una perfetta adeguazione tra l’industria e la produzione. Certo, la cooperazione con gli altri Paesi è un equilibrio sottile. La Svizzera deve considerare il fatto che si trova in Europa e non deve assumere atteggiamenti di chiusura".
Francia e Svizzera applicano con un certo successo il principio della cooperazione preconizzata da Lorenzi e questo in diversi settori, compreso quello della fiscalità, salvo forse qualche divergenza sul concetto di scambio di informazioni bancarie.


Dalla Gran Bretagna
"Berna è un esempio, soluzioni ideali anche per noi inglesi"
Alessandro Carlini da Londra

Più che consigliare, Londra guarda alla Svizzera. "Non c’è dubbio, il rapporto tra la Confederazione e l’Ue sia la soluzione migliore per il dopo Brexit". A dirlo al Caffè è il professor Christopher Whelan, direttore associato del prestigioso International Law Programmes dell’Università di Oxford. Per lo studioso, che ha analizzato in particolare l’evoluzione del diritto europeo nei rapporti con gli Stati che non fanno parte dell’Unione, attualmente la Svizzera vanta "una relazione molto buona" con Bruxelles, che le permette di mantenere la sua indipendenza dal blocco "pur godendo di una serie di benefici. È un Paese integrato geograficamente e nel corso degli anni è sempre riuscito a rimanere un partner eguale rispetto all’Europa", sottolinea Whelan.
Lo studioso ricorda che, nel suo recente discorso-manifesto di Firenze, la premier britannica Theresa May ha escluso per il futuro del Regno Unito di adottare con l’Ue una partnership diversa sia dal modello "light" che regola i rapporti di Bruxelles col Canada sia da quello più oneroso adottato per la Norvegia. Oltremanica si guarda dunque a Berna, altra "isola" che sta a galla nel cuore del Continente: "Il migliore compromesso possibile" si trova nel modello elvetico.
"Anche per quanto riguarda la libera circolazione - prosegue Whelan - si potrebbe puntare su una libera circolazione dei lavoratori, secondo il modello scelto appunto dalla Svizzera". Per il direttore del centro studi questa soluzione potrebbe mettere d’accordo un po’ tutti in Gran Bretagna, sia i più risoluti "brexiters", a partire dal ministro degli Esteri Boris Johnson, sia quanti all’interno del partito conservatore al governo sono più vicini invece alle posizioni pro Ue. E anche il Labour all’opposizione, che rivendica garanzie per i diritti dei lavoratori e dei cittadini Ue, alla fine potrebbe dare il suo assenso alla "exit strategy" elvetica.


Da Bruxelles
"Un grande accordo? Sarebbe conveniente ma non è prioritario"
Lorenzo Robustelli da Bruxelles

Un accordo quadro globale tra Svizzera e Unione europera potrebbe avere vantaggi, ma...". Secondo sir Michael Leigh, senior advisor di Covington, consultancy legale mondiale e fellow del think tank Usa German Marshall Fund, che conosce bene il dossier in questione, "un accordo semplificherebbe il quadro giuridico per poter regolamentare ogni controversia". Del resto la Commissione europea di Jean-Claude Juncker preme per un maggior coordinamento e propone un accordo quadro di norme nel quale contenere tutti gli accordi. Ma Berna come si sa ha accolto con freddezza la proposta.
Unione europea e i suoi Stati membri sono i principali partner economici della Svizzera, a Bruxelles lo sanno molto bene. I due terzi degli scambi con l’Estero della Confederazione avvengono all’interno dell’Ue. Ma le relazioni fra i due partner sono complessi, perché regolate da circa 120 intese bilaterali settoriali. Tutto ciò, come si sa, comporta parecchie difficoltà nei rapporti con Bruxelles, con l’Unione europea cioè che ben conosce il desiderio di indipendenza della Confederazione ma pure la necessità di trovare punti di accordo via via rinnovabili. Si pensi ad esempio alle preziosissime intese che consentono l’ingresso delle imprese svizzere nel Mercato unico. E se la Confederazione dovesse disdire anche uno solo di quegli accordi, tutti gli altri cadrebbero .
Secondo Sir Michael, "con i negoziati Brexit in corso, si potrebbe anche stabilire un legame diretto tra la libera circolazione dei lavoratori e lo scambio gratuito di beni e servizi". Però l’esperto ritiene che questa "sarebbe una trattativa lunga e difficile", che potrebbe richiedere la ratifica da parte di tutti gli Stati membri dell’Ue. Un percorso dunque costellato di molte incertezze. "A volte l’ottimo può essere il nemico del bene - ritiene dunque Leigh -. Quindi non sono convinto che la negoziazione di un accordo quadro complessivo sia oggi una priorità assoluta per entrambe le parti".
01.10.2017


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