Monta il caso sul ruolo svolto dal presidente del Ppd
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'Inaccettabile che Dadò
tratti col capodivisione'


Una presenza ubiqua e a detta di molti inopportuna, se non "inaccettabile". Lo scandalo Argo1 - con i suoi 3,4 milioni d’appalto irregolare all’agenzia per la sicurezza nei centri profughi - ha anche il volto del presidente ppd Fiorenzo Dadò. Non tanto per il suo weekend a Bormio con la sua compagna Fiorini, caposervizio richiedenti l’asilo, e la caparra di 150 euro versata all’albergo da Marco Sansonetti, il titolare di Argo. Ma piuttosto perché Dadò era presente ai due incontri nei quali Renato Bernasconi,  capodivisione dell’Azione sociale e delle famiglie, ha chiesto conto di quel "regalo" alla funzionaria. Era giugno, tre mesi prima che la Rsi rivelasse l’episodio. Proprio nelle settimane in cui parte della commissione della Gestione stava cercando, faticosamente, di far luce sull’appalto e le responsabilità del Cantone.
Critica la reticenza di Dadò il capogruppo plrt Alex Farinelli: "Se il contesto dell’incontro è stato quello spiegato dal capodivisione, ovvero chiarire questioni legate a una vicenda su cui è stata aperta addirittura un’inchiesta disciplinare, è chiaro che la presenza del presidente ppd non era opportuna". Nemmeno necessaria, secondo Farinelli, per confermare la versione di Fiorini: "Se un funzionario dirigente deve aver bisogno di una terza persona per suffragare le parole di un suo subordinato… allora c’è un problema di fiducia".
Critico anche il capogruppo ps Ivo Durisch: "Mi lascia perplesso che Dadò non ne abbia riferito in Gestione. Ma non approvo neppure le modalità con cui la faccenda è stata gestita dalla stessa Divisione dell’azione sociale. E mi riferisco anche all’email per chiedere la sospensione dell’ex agente di Argo". Quando il governo, continua il deputato socialista, "ha detto in conferenza stampa che tutto era sotto controllo nella Divisione e non c’era bisogno che Beltraminelli facesse passi indietro… beh, i fatti che sono poi emersi dimostrano che la faccenda tanto sotto controllo non era…".
Il presenzialismo del suo presidente non disturba invece il capogruppo ppd Maurizio Agustoni: "Mi pare comprensibile la scelta di Dadò di partecipare all’incontro così da spiegare cosa era successo. Ovviamente non stava lì come presidente del ppd. Ma come persona sulla quale, in quel momento, circolavano voci e illazioni, per cui mi pare normale che abbia voluto spiegarsi di persona. Doveva informare il nostro partito? È stata una sua scelta, ma la questione concerneva in primo luogo una funzionaria". Non grida allo scandalo nemmeno Gabriele Pinoja, capogruppo de La Destra: "Posso capire la presenza di Dadò. Va tenuto conto del fatto che lui, presente a Bormio con la funzionaria, poteva spiegare l’accaduto al capodivisione. Meglio ancora se ci fosse stato anche il direttore del Dipartimento Paolo Beltraminelli". Pinoja contesta invece le prime dichiarazioni del governo: "Quando Bertoli disse ‘abbiamo speso meno e assolto il nostro dovere’. Non è per nulla vero". E sul ministro ppd attacca senza mezzi termini: "Non credo nel modo più assoluto - sottolinea Pinoja - che Beltraminelli fosse all’oscuro e non conoscesse Sansonetti e la situazione di Argo".
Mira direttamente al bersaglio grosso Attilio Bignasca, coordinatore uscente della Lega: "Avevo detto che se Dadò resta presidente fra sei anni il Ppd non ci sarà più. I fatti mi stanno dando ragione. Perché è un politico troppo irruente e vuole sempre aver ragione". Tra le previsoni di Bignasca anche il fallimento della nascente commissione parlamentare d’inchiesta:  "Perché il Ppd ha un dilemma per la successione tra Dadò e Beltraminelli e il Plrt ha le sue gatte da pelare con i vari Blotti, Scheurer e, adesso, Renato Bernasconi…".
Se stringato è il commento del capogruppo Verde Francesco Maggi: "Una presenza inammissibile", più duro è il deputato mps Matteo Pronzini: "Inaccettabile che a quegli incontri ci fosse il presidente del partito che ha in mano il Dipartimento. Era un incontro fatto anche per capire cosa la stampa di lì a poco avrebbe scoperto e dunque tutelare anche la posizione di Dadò.  In un Paese normale ministro e alti funzionari si sarebbero già dimessi".

s.pi.
05.11.2017


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