La maledizione che perseguita i popolari democratici
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Se i leader del Ppd
affondano il partito
LIBERO D'AGOSTINO


Da Fulvio Pezzati a Fiorenzo  Dadò. È la maledizione dei leader emergenti che trasmutano nella zavorra che rischia di mandare a picco il Ppd. Un maleficio diabolico che dal Ticinogate allo scandalo Argo1 perseguita i popolari democratici: lasciarsi abbagliare dalle persone sbagliate, fidarsi di chi non ci si dovrebbe fidare e perseverare nell’errore.  
A metà degli anni ’90 era stata la ricchezza ostentata da Gerardo Cuomo, contrabbandiere di sigarette e pregiudicato in Italia, ad allucinare Pezzati, il presidente del tribunale penale Franco Verda e a frastornare anche l’allora consigliere di Stato ppd Alex Pedrazzini. Che su sollecitazione dello stesso Pezzati premeva sul ministro delle finanze Marina Masoni affinché chiudesse un occhio sui precedenti penali del commerciante di tabacchi, visto che era "un ottimo contribuente", per fargli ottenere il permesso di dimora in Ticino. "I rimproveri che sono mossi al signor Cuomo non costituiscono a parer mio un masso granitico che lo schiacci ed esiste perciò un margine di apprezzamento", scriveva Pedrazzini alla collega di governo. Ma Masoni, richiamandosi al rispetto della legge, rispose picche.  Poco tempo dopo quei "rimproveri" furono l’epicentro di un terremoto politico giudiziario che sconvolse il Palazzo.  
Per Pezzati, all’epoca brillante capogruppo in parlamento e su cui il partito puntava per recuperare il seggio in governo, fu la fine di una promettente carriera politica. Oggi ad inguaiare Dadò, il presidente che doveva rilanciare il Ppd, sono 150 miserevoli franchi di una cena in un albergo di Bormio. Il "cortese omaggio" alla sua compagna Carmela Fiorini, responsabile cantonale del servizio richiedenti l’asilo, elargito da Marco Sansonetti, direttore operativo della società di sicurezza Argo1, è la penosa coda di uno scandalo  politico-istituzionale in cui sta affondando il ministro ppd Paolo Beltraminelli. E con lui tutto il partito.  
Un mandato diretto di 3,4 milioni di franchi alla Argo1 per  sorvegliare alcuni centri per asilanti, violando ripetutamente per tre anni la legge e le procedure istituzionali. Con Beltraminelli che, rinchiuso nel cerchio magico dei suoi funzionari, è stato sempre, a sentir lui, tenuto all’oscuro di tutto. Persino "dell’inusuale" riunione, negli uffici del suo dipartimento, di Dadò e Fiorini con Renato Bernasconi, responsabile della Divisione dell’azione sociale, "per porre fine alle maldicenze sulla cena di Bormio".
Per tre anni a Beltraminelli è mancato "il guizzo" per ricordarsi di regolarizzare quel mandato milionario alla Argo, per intuire che alcuni alti dirigenti del dipartimento, tra una dimenticanza e l’altra, tra "un’ingenuità" e l’altra, stavano rozzamente abusando del loro potere, e per accorgersi del baratro che gli si stava aprendo sotto i piedi.
Da Fulvio Pezzati a Fiorenzo Dadò, da Alex Pedrazzini a Paolo Beltraminelli, la maledizione del Ppd ripropone l’inadeguatezza, o la superficialità, di alcuni suoi esponenti nel rispettare le regole istituzionali e nell’impersonare l’autorevolezza dello Stato. Compromettendo così la credibilità e la rispettabilità di un partito che non si salvano di certo con le patetiche astuzie "di fatti non penalmente rilevanti". E fa quasi tenerezza il capogruppo in Gran Consiglio, quel galantuomo di Maurizio Agustoni quando, riecheggiando la tesi di qualche fantasioso opinionista, non vede in questi stessi fatti nemmeno "una gravità istituzionale" tale da giustificare una Commissione parlamentare d’inchiesta.
Nel Ppd è cominciata la lotta per liberarsi di Beltraminelli e Dadò e non arrivare con un partito allo sbando alle elezioni cantonali dell’aprile 2019. Accantonata l’alleanza strategica con i liberali radicali, a cui avevano lavorato gli ex presidenti Rocco Cattaneo del Plrt e i ppd Giovanni Jelmini e Filippo Lombardi,  che avrebbe proiettato i popolari democratici in una prospettiva diversa, ora bisogna ritrovare una leadership credibile e candidati autorevoli per il governo. I nomi non mancano, ma neanche le resistenze interne in un partito che appena undici mesi fa aveva faticato non poco a scegliere un nuovo presidente.
19.11.2017


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