Futuro incerto per i vertici dei popolari democratici
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Presidente e ministro
dividono la base ppd
LIBERO D'AGOSTINO


Se fosse il gioco della battaglia navale sulla fregata Beltraminelli e sul cacciatorpediniere Dadò, ci sarebbero già due crocette: colpiti e affondati. Nella realtà il ministro popolare democratico e il presidente del partito imbarcano acqua, ma riescono ancora a galleggiare tra le mine dello scandalo Argo1. Nel Ppd, però, ci si domanda fino a quando. Si teme che presentarsi alle elezioni cantonali del 2019 in queste condizioni, equivalga ad un suicidio politico.
"Difficoltà", "imbarazzo", "disagio", dietro i toni felpati dei popolari democratici c’è un partito diviso che s’interroga sull’impatto e le conseguenze elettorali del caso Argo. Gli attacchi contro Paolo Beltraminelli e Fiorenzo Dadò lanciati dai microfoni della Rsi dal consigliere nazionale Fabio Regazzi e dal sindaco di Massagno Giovanni Bruschetti hanno dato voce ad una parte del partito che vorrebbe un radicale cambio di passo e di guardia alla presidenza. Ma nel Ppd, salvo nuovi colpi di scena dalle inchieste su Argo, si esclude una svolta immediata che, peraltro, verrebbe vista dall’opinione pubblica come l’ammissione di un fallimento.
Le sorti elettorali del direttore del dipartimento Sanità, che sembra sempre più il capro espiatorio dello scandalo Argo anche all’interno del suo partito, per il Ppd sono legate all’esito delle tre inchieste in corso, penale, parlamentare e governativa. Né sarebbe difficile sostituire Beltraminelli nelle liste per il governo. A parte Dadò, pure azzoppato dall’affaire Argo, i possibili candidati non mancano. Oltre allo stesso Regazzi, a Marco Passalia, Sabrina Gendotti e Giorgio Fonio che hanno fatto un ottimo risultato alle ultime cantonali, ci sarebbero anche il senatore Filippo Lombardi, il consigliere nazionale Marco Romano e Maurizio Agustoni attuale capogruppo in parlamento.
Molto più delicato è, invece, un ricambio del presidente dopo appena 11 mesi dalla nomina di Fiorenzo Dadò. Tra i ppd non si sgomita di certo per questa carica, come si è visto con il lungo travaglio per la successione a Giovanni Jelmini prima e, poi, alla presidenza ad interim di Lombardi. Tanto più oggi con un partito in difficoltà. Tra gli azzurri c’è chi guarda con interesse ad Agustoni, che era considerato il successore naturale di Jelmini, e chi azzarda persino una svolta storica con una donna al vertice, Sabrina Gendotti o Nadia Ghisolfi. Ma nel Ppd questa non è musica per oggi.
I sostenitori di Dadò serrano le fila, ricordano che in pochi mesi sotto la sua guida si sono messe a posto le finanze del partito, l’organizzazione interna ed elaborato un nuovo programma che sarà presentato tra poche settimane. "La sua presidenza non è in discussione. È stata la base del partito a sceglierlo, perché voleva un presidente diverso e più profilato. Oggi Dadò è sotto attacco anche perché è stato uno dei pochi politici che ha avuto il coraggio di opporsi decisamente alla Lega", afferma un esponente del Ppd. "Una base - assicura - che vuole rialzare la testa, che si sta ricompattando, stufa di vedere un partito preso a sberle da tutti".

l.d.a.
19.11.2017


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