Il dibattito sugli stipendi di base e sulle proposte statali
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Questo salario minimo?
Troppo minimo, anzi no
MAURO SPIGNESI


Lo stipendio è giusto. No, affatto, è una miseria. Si gioca su pochi franchi la distanza sulla paga oraria del salario minimo tra la proposta del governo e quello che invece richiedono Verdi, Mps, socialisti e i sindacati, oltre il ministro Manuele Bertoli (vedi articolo sotto). Pochi franchi, ma sostanziali. Il governo, come ha spiegato all’inizio di ottobre il consigliere di Stato Christian Vitta, illustrando la norma, ha stabilito una paga minima oraria differenziata per 77 rami economici, prevedendo una "forchetta" che oscilla tra i 18.75 (3’372 in busta paga) e i 19.25 franchi (3’462 a fine mese) all’ora. Bertoli ha chiesto di partire almeno da 21 franchi all’ora, e si è dissociato dai suoi colleghi di governo.
Il 4 agosto di quest’anno, dopo che il Tribunale federale aveva respinto una serie di ricorsi delle associazioni degli imprenditori, è stato introdotto il primo salario minimo in Svizzera: quello di Neuchâtel, che ammonta a 20 franchi. Importo che tuttavia può variare leggermente in funzione dell’inflazione. Dopo Neuchâtel anche il canton Giura ha approvato, dopo quattro anni di discussioni, un salario minimo di base da 20 franchi all’ora. La prima proposta, poi modificata dal parlamento, partiva da 19,25 franchi.
La nuova legge in Ticino riguarda circa 10mila lavoratori. Secondo l’Associazione degli industriali (Aiti) e la Camera di commercio (vedi anche articolo sotto di Luca Albertoni), l’introduzione del salario minimo non porterà reali benefici.
Secondo Aiti il 94 per cento dei lavoratori ticinesi percepisce già salari superiori e quelli previsti dal governo cantonale. E a beneficiare della nuova norma saranno soltanto, è stato calcolato, 9.500 persone su 156mila salariati. Aiti e Camera di commercio hanno ricordato che "il salario è la remunerazione della prestazione professionale del lavoratore. Non è corretto che l’aumento del costo della vita, ad esempio causato dall’aumento dei premi dell’assicurazione malattia, possa essere addebitato al salario corrisposto dal datore di lavoro".  m.sp.


L’analisi / 1
È questione di dignità, è un limite invalicabile
Manuele Bertoli, direttore del Dipartimento dell’educazione
della cultura e dello sport

Quanto ci vuole per vivere in Ticino? Quanto per sopravvivere? Quanto è davvero sana un’economia che scarica sullo stato la propria incapacità di remunerare col giusto salario la fatica e le competenze dei propri collaboratori?
Sono queste le domande cruciali imposte dal dibattito sul salario minimo alle quali le istituzioni del nostro cantone sono ora chiamate a dare risposta, così obbligato dal voto dei propri cittadini. Quella del salario minimo, in effetti, è davvero una significativa cartina di tornasole dello stato di salute di una società e del suo grado di attenzione nei confronti di chi la compone.
Come ormai è noto, il Consiglio di Stato, a maggioranza, ha optato per una forchetta di salario minimo che le aziende operanti sul nostro territorio dovranno corrispondere alle proprie collaboratrici e ai propri collaboratori; una forchetta che oscilla tra i 18.75 e i 19.25 franchi all’ora. Io mi sono dissociato da questa decisione, considerando che questa forchetta debba partire almeno da 21 franchi all’ora, una cifra che corrisponde grossomodo al minimo vitale per una famiglia media sancito dalle Leggi sociali di questo Paese.
Se il nostro sistema sociale riconosce alle persone nel bisogno un certo importo mensile necessario per vivere, ritengo logico che questo debba costituire il minimo al di sotto del quale un salario non possa più chiamarsi tale o perlomeno possa essere ritenuto non dignitoso. Negare questa semplice evidenza significa, tra le altre cose, ammettere e legalizzare il tanto odiato dumping, ovvero quel meccanismo che permette di preferire ad altri quei lavoratori pronti ad accettare retribuzioni inaccettabili. Stupisce quindi, per inciso, che chi si erge ad autoproclamato difensore del primato dei "nostri" rispetto agli "altri", appoggiando questa soluzione di fatto autorizzi e perpetui una pratica che non solo non fa da sbarramento agli "altri", ma colpisce duramente proprio i "nostri".
Alzando lo sguardo a un orizzonte più vasto, la definizione di un salario minimo inferiore ai minimi vitali riconosciuti dalle leggi sociali svizzere e ticinesi genera la condizione per cui una parte importante di cittadine e cittadini residenti in Ticino continuerà a vedersi costretta a ricorrere agli aiuti sociali. E questo pur lavorando a tempo pieno nell’economia e per l’economia di questo cantone.
La questione è, credo, palese per chiunque la voglia vedere con oggettività: in che misura si può considerare davvero sana un’economia che per poter funzionare (generando comunque profitti) scarica sullo Stato (e quindi sulle tasche dei contribuenti) una parte dei propri costi? Nello specifico i costi legati alla parte più sensibile del proprio rapporto con il territorio in cui si trova a operare, i salari, e quindi la dignità della vita dei propri collaboratori e delle proprie collaboratrici?
Di fronte a questo dibattito è perlomeno singolare l’atteggiamento di tanti "menostatisti" che, regolarmente, privatizzano i profitti, non creandosi problemi però nel collettivizzare i costi.
La questione del salario minimo non è nemmeno più una questione di scontro politico. È prima di tutto una questione di rispetto, del lavoro e delle vite altrui. E naturalmente di dignità, quella delle persone che lavorano, ma soprattutto la propria.


L’analisi / 2
Attenzione a trascurare le possibili conseguenze
Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio

Le discussioni sulla proposta di salario minimo cantonale formulata recentemente dal Consiglio di Stato, tutto sommato abbastanza equilibrata, sono state comprensibilmente molto animate. Purtroppo, forse volutamente, sono stati trascurati alcuni elementi essenziali per la discussione sull’applicabilità dello strumento e sulle possibili conseguenze che ne derivano per l’economia. È pertanto importante ricordare qualche elemento di base. Avantutto che il salario deve essere sì legato al contesto generale, ma non è una variabile indipendente modulabile a dipendenza delle molte fluttuazioni del costo della vita (affitti e costi della malattia fra i più citati). Si tratta invece della retribuzione percepita dal lavoratore dipendente per le proprie prestazioni professionali. Punto. Niente altro. Non lo dico io, bensì la legislazione federale, nello specifico il Codice delle obbligazioni e in particolare l’articolo 319 che stabilisce chiaramente come "Il contratto individuale di lavoro è quello con il quale il lavoratore si obbliga a lavorare al servizio del datore di lavoro per un tempo determinato o indeterminato e il datore di lavoro a pagare un salario stabilito a tempo o a cottimo". Altri elementi non ve ne sono. Comprendo che in Ticino oggi dia fastidio parlare di diritto superiore ma, piaccia o no, questa è la base legale che definisce cosa è il salario. Che non è quindi uno strumento in cui includere qualsiasi cosa passi per la testa. Questo non può essere ignorato, altrimenti la discussione è impostata su basi errate.
Un’altra insidia del salario minimo è costituita dal rischio di appiattire la curva dei salari di tutta l’azienda, perché anche la massa salariale non è una variabile indipendente dell’attività aziendale e non è adattabile a piacimento secondo le esigenze del momento. Poniamo di avere una massa salariale di 10. Un impiegato alle prime armi o con basso livello di formazione guadagna 3 e uno più qualificato guadagna 7. Se il salario del livello inferiore sale a 4 in virtù del salario minimo salta la proporzione con chi ha salari superiori. Dato che non posso decidere a tavolino di aumentare automaticamente la massa salariale a 11, perché vi sono altri fattori aziendali da considerare (costi e ricavi per dirla in modo semplice), chi guadagna 7 rischia di scendere a 6. La compressione verso il basso del livello salariale generale è quindi un rischio molto concreto ed è un risultato diametralmente opposto a quanto perseguito dall’iniziativa volta a salvare il lavoro in Ticino. Come diametralmente opposto agli scopi dell’iniziativa è il fatto che i beneficiari siano nella misura dei 2/3 lavoratori frontalieri, come chiaramente indicato nel messaggio del Consiglio di Stato.
Del resto, è illusorio pensare che alzando i livelli di taluni salari bassi vi sarebbe una corsa dei ticinesi verso lavori come l’assemblaggio di componenti elettroniche o la produzione nel settore tessile. Che sia chiaro, ciò non significa non combattere gli abusi e le associazioni economiche hanno sempre sostenuto ogni misura atta a inasprire i controlli e a correggere distorsioni, come i contratti normali di lavoro. Ma i salari bassi, in generale non auspicabili, non costituiscono sempre situazioni abusive e spesso rispecchiano una realtà economica consolidata da decenni sul territorio e che non sta giocando al ribasso. Anche di questo andrebbe tenuto conto se si vuole combattere efficacemente il vero dumping salariale.
26.11.2017


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